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	<title>.wit &#187; Articles</title>
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		<title>Eco-shock</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 21:05:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articles]]></category>

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		<description><![CDATA[Provocatoria, brutale, cruda, sconvolgente: la green-vague è anche questo, perché ecologico non è necessariamente sinonimo di politically correct. .wit va alla scoperta del dark side of Green&#8230;
[a cura di Giulia Carcani]
articolo tratto da .wit#14. Hypotenusa Issue 
Glam e politically ultra-correct. Oppure eversiva e provocatoria. L&#8217;eco-vague indossa entrambe le maschere. La prima la vestono coloro, i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Provocatoria, brutale, cruda, sconvolgente: la green-vague è anche questo, perché ecologico non è necessariamente sinonimo di politically correct. <strong>.wit</strong> va alla scoperta del dark side of Green&#8230;</p>
<p><strong>[a cura di Giulia Carcani]</strong><br />
articolo tratto da <a href="../2010/01/2010/01/2010/01/wit-14/" target="_blank">.wit#14. Hypotenusa Issue </a></p>
<div id="attachment_1084" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/ecopass1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1084" title="giacca Eko Dizajn" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/ecopass1-300x212.jpg" alt="giacca Eko Dizajn" width="300" height="212" /></a><p class="wp-caption-text">giacca Eko Dizajn</p></div>
<p>Glam e politically ultra-correct. Oppure eversiva e provocatoria. L&#8217;eco-vague indossa entrambe le maschere. La prima la vestono coloro, i più, che puntano alle passerelle che incarnano il compromesso tra materiali eco-friendly e forme haute couture. Sono i buoni del fashion system. I messia di una moda migliore: bella, seppur rispettosa dell&#8217;ambiente. Pochi scelgono la seconda, quella della battaglia ecologica, della lotta al consumismo, alla produzione di massa e agli sprechi. Sono coloro che urlano al mondo i propri NO e lo fanno nella scelta dei materiali e, soprattutto, nella messa in scena di messaggi forti, shock, che puntano a stordire prima, per convincere poi. È una moda cattiva che passa attraverso la provocazione e la perversione di certe immagini, una moda che non risparmia niente e nessuno, che non passa inosservata. Il low profile è bandito dagli adepti della corrente eco-shock: l&#8217;obiettivo è stupire, colpire, ferire, trafiggere occhi e cervello. Per restare, sedimentare. E portare ad una riflessione.<strong><br />
SANS</strong> schiaffeggia così la piazza newyorkese. Nome emergente della moda verde Usa, è nato dall&#8217;estro di <strong>Lika Volkova</strong> e <strong>Alessandro Do Vito</strong>, un duo dinamico capace di incantare con abiti audaci e innovativi. Soprattutto, abiti che non vogliono dissimulare ma, al contrario, puntano a sbandierare la verità. Come l&#8217;eco-pelliccia che richiama con vivida veridicità uno scalpo di animale sacrificato in nome di costosi, soffici e caldi capi-spalla. So cruel, so chic. Quentin Tarantino docet. Inserita nella collezione a/i 09-10, l&#8217;eco-pelliccia, combinazione di lana merino organic e pelo ecologico, nasce dalla riflessione sul potere evocativo delle forme e sulla capacità delle immagini di trasmettere significati. È una giacca difficile e coraggiosa che davanti, nella sua normalità di manteau, ammalia e inganna; dietro colpisce e intimidisce. Adatta a chi desidera indossare il proprio NO contro la rinnovata auge delle pellicce. Distante anni luce da chi sposa la tesi, controversa e discussa, dello stilista giapponese Chie Imai secondo “<em>cui non c&#8217;è niente di più eco-friendly di una pelliccia vera, è indossata per generazioni, è organica, non produce inquinamento e alla fine del ciclo ritorna alla terra sotto forma di polvere”</em>.</p>
<div id="attachment_1085" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/ecopass2.jpg"><img class="size-medium wp-image-1085" title="Libreria Of wars &amp; witts &amp; power" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/ecopass2-300x190.jpg" alt="Libreria Of wars &amp; witts &amp; power" width="300" height="190" /></a><p class="wp-caption-text">Libreria Of wars &amp; witts &amp; power</p></div>
<p>Contro l&#8217;uso di pellicce animali anche il design verde degli olandesi di <strong>Oooms</strong>. Stop a pelli trasformate in tappeti e violate da piedi alla ricerca di passi soffici e gratificanti. Da qui, il tappeto <em>Road Kill</em>: 165&#215;240 cm di lotta tra attrazione e repulsione, proprio come quando senti di non dover guardare, ma la curiosità è insistente e alla fine cedi, per poi pentirtene. Si tratta di un caldo e morbido tappeto in lana 100% organica che riproduce la carcassa di una volpe con tanto di sangue e interiora sviscerate. Perché ad ogni passo persista il monito di non calpestare, né ora né mai, gli animali in nome del comfort umano, ingannevole e volatile. Nuova giostra, altro monito: stop alle guerre. Di nuovo ha ben poco: l&#8217;eco arriva da lontano e rievoca lotte passate e look Seventies. Eppure è sempre attuale, tanto che mai è uscito dal vocabolario delle proteste comuni e condivise. Oggi, lo slogan si trasforma in un pensiero da indossare, in un mood con cui convivere giorno per giorno. Non parole perse nell&#8217;aria, ma riflessioni costanti. È questo lo spirito che anima, con applicazioni diverse, la cantante e modella Irina Lazareanu per <strong>L.E.N.Y.</strong>, il brand croato<strong> Eko Dizajn</strong>, e il progetto di <strong>Daniel Loves Objects</strong>. La prima, entrata nella schiera di fashion icons che hanno prestato la propria creatività a Fashion Icon Limited Edition, regala agli aficionados di L.E.N.Y. una t-shirt organica e poetica: versi sanguinanti rosso scarlatto su sfondo bianco. Minimal, diretto, tagliente.<br />
Teatrale e barocca invece la scelta di Eko Dizajn, fashion movement fondato nel 2008 dai designer <strong>Damir Bedalov</strong> e <strong>Mladen Donadini</strong>. Contro la guerra, vissuta in prima persona e mai dimenticata, Eko Dizajn propone una giacca feticcio fatta di materiale ecologico e &#8211; tra tagli e ritagli, inserti e arricciature &#8211; vecchi soldatini di piombo e plastica applicati sulle spalle. Antichi giochi di bambino si trasformano così in una presenza pesante e costante, con cui fare i conti nei ricordi e nelle azioni. Una giacca contro la necessità che altre giacche del genere esistano. Un monito, una preghiera che il peso di tale ricordo, materializzato nel piombo dei soldati applicati, non debba essere sostenuto da altri ancora. Sempre soldatini, ma questa volta in plotoni anonimi e perdenti, sono quelli utilizzati da Daniel Loves</p>
<div id="attachment_1086" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/ecopass3.jpg"><img class="size-medium wp-image-1086" title="Ecopelliccia SANS A/I 09-10" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/ecopass3-300x231.jpg" alt="Ecopelliccia SANS A/I 09-10" width="300" height="231" /></a><p class="wp-caption-text">Ecopelliccia SANS A/I 09-10</p></div>
<p>Objects nella serie di librerie eco-friendly <em>Of wars &amp; witts &amp; power</em>. Schieramenti contrapposti di soldati &#8211; eterni loosers &#8211; si fronteggiano, imbracciati i fucili, in un perenne scontro di posizioni e idee. Ma il peso della cultura sovrasta tutto: una speranza c&#8217;è, allora, ed è nei libri, nella capacità di accogliere il punto di vista diverso senza averne paura, senza considerarlo nemico.</p>
<p><a href="http://www.sans.name" target="_blank">www.sans.name</a><br />
<a href="http://www.oooms.nl" target="_blank">www.oooms.nl</a><br />
<a href="http://www.leny-icons.com" target="_blank">www.leny-icons.com</a><br />
<a href="http://www.eko-dizajn.com" target="_blank">www.eko-dizajn.com</a><a href="http://www.coroflot.com/daniellove" target="_blank"><br />
www.coroflot.com/daniellove</a></p>
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		<title>Ne(r)oesistenzialismi</title>
		<link>http://www.wit-mag.com/2010/01/neroesistenzialismi/</link>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 20:57:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articles]]></category>

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		<description><![CDATA[Un vademecum di stile per i Mind Builder. Tutti pensiero e lettura, i nuovi esistenzialisti vestono Demeulemeester, arredano casa con pezzi fi rmati Maarten Baas e ipotizzano a soluzioni hype anche per l’Aldilà. La parola chiave per loro è personalità.
[a cura di Francesca Duranti]
articolo tratto da .wit#14. Hypotenusa Issue 
Abbandonati l’estetismo decadente e nichilista alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un vademecum di stile per i Mind Builder. Tutti pensiero e lettura, i nuovi esistenzialisti vestono Demeulemeester, arredano casa con pezzi fi rmati Maarten Baas e ipotizzano a soluzioni hype anche per l’Aldilà. La parola chiave per loro è personalità.</p>
<p><strong>[a cura di Francesca Duranti]<br />
</strong>articolo tratto da <a href="../2010/01/2010/01/wit-14/" target="_blank">.wit#14. Hypotenusa Issue </a></p>
<div id="attachment_1079" class="wp-caption alignright" style="width: 237px"><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/modesign4.jpg"><img class="size-medium wp-image-1079" title="Maarten Baas, Smoke Charles Mackintosh" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/modesign4-227x300.jpg" alt="Maarten Baas, Smoke Charles Mackintosh" width="227" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Maarten Baas, Smoke Charles Mackintosh</p></div>
<p>Abbandonati l’estetismo decadente e nichilista alla Juliette Gréco, la malinconia di fondo e la ribellione alle convenzioni sociali, i  nuovi Mind Builder costituiscono una generazione fortemente attratta dalla possibilità di contribuire a nuovi percorsi di sviluppo nell&#8217;arte, nella scienza, nella filosofia e in altre aree del Sapere.<br />
Sono spontanei, creativi, aperti al cambiamento, legati ad un allenamento costante, se non addirittura a una sfida, che passa attraverso il proprio talento. Sorpassato quindi lo stile della Parigi “fumosa” del Dopoguerra, oggi alcuni designer e stilisti hanno tracciato il profilo di un nuovo individuo estremamente libero, intellettuale, amante del viaggio e forse ancora del nero assoluto. <strong>Maarten Baas</strong>, ad esempio, geniale progettista olandese, ha uno studio nei pressi di Eindhoven, dove ha posteggiato due camper: uno usato come centro operativo, l’altro come casa. Maarten, trentenne uscito nel 2002 dalla Design Accademy di Eindhoven, ha già al suo attivo numerosi successi: i suoi arredi <em>Smoke</em>, mobili letteralmente bruciati con un getto di fiamme e rifiniti con una vernice epossidica trasparente, sono entrati non solo a far parte del marchio <em>Moooi</em>, ma anche delle collezioni private dei più grandi designer.<br />
La straordinaria esposizione del 2004 a New York, presso la galleria di Murray Moss, dove Baas brucia con una torcia venticinque prodotti cult del design d’autore, lo consacra tra i nomi più hot del panorama internazionale. Tutti i suoi pezzi nascono da ispirazioni istintive: sono unici, fatti a mano, estranei al processo produttivo seriale e mettono in discussione i parametri del design classico, inteso come purezza, nitidezza e simmetria delle linee. Il suo lavoro e le sue opere hanno creativamente corrotto, ribaltando qualunque convenzione, il concetto di bellezza immutabile nel tempo; Maarten ha letteralmente bruciato, come in un gesto liberatorio, l’essenza del design e delle sue icone: dalla Red&amp;Blue Chair di Rietveld, alla libreria Carlton di Ettore Sottsass, passando per la sedia a schienale alto di Charles Rennie Mackintosh e per la Favela Chair di Fernando e Humberto Campana. I pezzi che ne derivano sono degli ibridi che stanno a metà tra oggetto industriale e opera d’arte, creazioni ideali per lo stile di vita del <em>Mind Builder</em>. Più introversa concettualmente, ed esistenzialista nell’anima, è <strong>Ka-Lai Chan</strong>, giovanissima progettista, anch’essa olandese, che presenta attraverso una poltrona, <em>Selfportrait</em>, un progetto che parla di emozioni che così descrive: <em>“Sono sempre stata una persona molto riservata, incapace di mostrare i propri reali stati d’animo. Lentamente questo disagio interiore è cresciuto diventando sempre più grande, un magma che stava per esplodere nella disperata ricerca di mostrare me stessa. Selfportrait, è il mio autoritratto, la pelle nera della poltrona non è altro che l’armatura che mi ero creata, e ciò che ne fuoriesce non altro che è la mia autentica personalità”.</em><br />
Rock e dark è invece lo stile della belga <strong>Natalia Brilli</strong>, designer di accessori che lavora anche per Oliver Theyskens (<em>ndr.</em> il direttore artistico della maison <strong>Nina Ricci</strong>). Ispirazione vittoriana,  twist surreale e black leather: è così che la Brilli si impossessa di oggetti d’uso comune e li riveste di un cattivissimo strato di pelle nera; dal laptop allo skateboard i suoi oggetti sono spigolosi, macabri, gotici e talvolta sconfinano nel fetish-chic.</p>
<div id="attachment_1080" class="wp-caption alignleft" style="width: 232px"><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/modesign3.jpg"><img class="size-medium wp-image-1080" title="Ka-Lai Chan, Selfportrait" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/modesign3-222x300.jpg" alt="Ka-Lai Chan, Selfportrait" width="222" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Ka-Lai Chan, Selfportrait</p></div>
<p>Per chiudere il disegno di questo nuovo stile, tra il nero introspettivo e la ricerca  della personalità, non possiamo che citare colei che meglio incarna, nell’universo fashion, questo stato mentale: <strong>Ann Demeulemeester</strong>. Celebre per il suo minimalismo androgino che inietta elementi della moda maschile nel guardaroba femminile, la stilista di Anversa ha proposto, per l’autunno/inverno in corso, una collezione severa, adornata solo di piume nere dai riflessi vinilici, motivo ricorrente negli scenografici head-pieces, il cui carattere gotico si fonde con l’essenzialità dei tagli.<br />
Aldilà degli stili di vita, qualche luttuoso (e lussuoso) imput sugli stili di morte. Il massimo in ambito di burial-design? La lapide firmata dagli ungheresi <strong>Ivanka</strong>. Si chiama <em>Seeyou</em> questo oggetto di sepoltura che funge da medium e coinvolge la Natura, creando con essa un’interessante interazione: la sua immagine cambia infatti a seconda del tempo e delle stagioni. L’elemento acquatico che compone questa tomba riflette infatti il mondo attorno ad essa, intessendo mobili corrispondenze e richiami tra la vita e la morte.</p>
<p><strong>.link</strong></p>
<p><a href="http://www.maartenbaas.com/">www.maartenbaas.com</a><br />
<a href="http://www.moooi.com/">www.moooi.com</a><br />
<a href="http://www.kalaichan.nl/">www.kalaichan.nl</a><br />
<a href="http://www.nataliabrilli.fr/">www.nataliabrilli.fr</a><br />
<a href="http://www.anndemeulemeester.be/">www.anndemeulemeester.be</a><br />
<a href="http://www.ivanka.hu/">www.ivanka.hu</a></p>
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		<title>Elise Gettliffe</title>
		<link>http://www.wit-mag.com/2010/01/elise-gettliffe/</link>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 20:49:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le sue liquide pulsioni si muovono su tessuti sperimentali di creazione artigianale. Dopo aver vinto per due anni consecutivi il premio creatività e il premio i-D al contest ITS di Trieste, Elise Gettliffe dipinge grafiche, liquefando e fondendo il bidimensionale con il tridimensionale. In occasione della sua performance al Ra, nuovo spazio d’arte e moda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le sue liquide pulsioni si muovono su tessuti sperimentali di creazione artigianale. Dopo aver vinto per due anni consecutivi il premio creatività e il premio i-D al contest ITS di Trieste, Elise Gettliffe dipinge grafiche, liquefando e fondendo il bidimensionale con il tridimensionale. In occasione della sua performance al Ra, nuovo spazio d’arte e moda di Anversa, .wit magazine scopre le fusioni della nuova designer francese.</p>
<p><strong><br />
[a cura di Marco Pecorari]<br />
</strong>articolo tratto da <a href="../2010/01/wit-14/" target="_blank">.wit#14. Hypotenusa Issue </a></p>
<p><strong><br />
<a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/scout1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1073" title="Elise Gettliffe" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/scout1-300x144.jpg" alt="Elise Gettliffe" width="300" height="144" /></a></p>
<p>Come inizia la storia di Elise Gettliffe?</strong><br />
Mia madre è un’insegnante d’arte e mio padre era un ballerino e per il suo lavoro ci trasferivamo molto spesso. Troppo, a volte. Stoccolma, Berlino, Basilea: all’età di sette anni ero già una globetrotter…</p>
<p><strong>Quando vi siete fermati?</strong><br />
Quando avevo sette anni ci siamo trasferiti in una cittadina della Francia, al confine con la Svizzera. Non c’era molto da fare. È lì che ho iniziato gli studi. Prima economia e poi arte.</p>
<p><strong>È così che ti sei avvicinata alla moda?</strong><br />
Mi è sempre piaciuto creare atmosfere fantastiche. Però rimaneva più nella mia mente, perché non amavo disegnare. La dimensione artistica mi permetteva di mantenere libera la mia immaginazione. La moda è arrivata dopo. Dopo un Art Foundation Course, mi sono trasferita a Parigi, dove ho preso un BA preso la Scuola di Moda Duperré. Però non ero assolutamente soddisfatta ed ecco che sono venuta ad Anversa.</p>
<p><strong>Che cosa significa fare moda ad Anversa?</strong><br />
Significa lavorare su stessi. Storicamente è una moda avanguardista che ultimamente si sta trasformando in una tautologica generazione di moda sperimentale. Io e miei coetanei siamo stati educati tutti nella stessa maniera delle generazioni precedenti, dagli stessi professori. Questo genera fattori positivi e negativi. Se da una parte si raggiunge un livello altissimo di competenze tecniche, dall’altra si è alimentati con lo stesso cibo che ha alimentato altri. E questo non necessariamente permette innovazione.</p>
<p><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/scout2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1074" title="Elise Gettliffe" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/scout2-300x292.jpg" alt="Elise Gettliffe" width="300" height="292" /></a></p>
<p><strong>In che senso?</strong><br />
Si lavora più o meno sugli stessi concetti. Questo però favorisce un processo di introspezione molto complesso. Si lavora su stessi per costruire una forte idea di moda che non deve provenire da nessun altro luogo se non il tuo. È sicuramente un aspetto positivo, ma ciò può anche creare dei problemi nei designer.</p>
<p><strong>Che genere di problemi?</strong><br />
Faccio un esempio: questa estate ho lavorato per Christian Wijnants. È stata un’esperienza interessante, ma anche molto provante. Ormai ho una mia idea talmente forte di cosa è moda che diventa difficile sposarne altre.</p>
<p><strong> E qual è la tua idea di moda?</strong><br />
La moda per me non è intellettuale. È Istinto. Grafica e Tridimensionalità. Tessuto e Filamento. È un processo imprescindibile che non mi permette di dividerne i passaggi. Io lavoro sulle proporzioni e sulle grafiche. La terza dimensione si nutre dalla seconda e viceversa.</p>
<p><strong>Sembra evidente dalla tua ultima collezione…</strong><br />
Co2 rappresenta esattamente la mia attitudine. Non riesco a sezionare l’abito o il book dei disegni.</p>
<p><strong>Come è nata Co2?</strong><br />
Come sempre. Ho fatto ricerca in estate e dopo poco mi sono ritrovata a lavorare su questa idea di scioglimento dei tessuti e del colore nero. Lo dipingevo continuamente. Tutto si liquefaceva prendendo diverse forme. Nere colate di filamenti formativi. Così mi sono ritrovata in un surrealismo moderno capace di alimentarsi delle liquidità intense del colore nero.</p>
<p><strong>E che uomo rappresenta questa invasione di nero?</strong><br />
Nessun ‘uomo’ in particolare. La mia idea di moda non si lega alla raffigurazione di una ‘donna’ o di un ‘uomo’ ideali. L’uomo in questo caso funge da enzima che permuta le dimensioni del nero, di un tessuto liquido che invade. Un’invasione nera.</p>
<p><strong>Tu crei i tuoi tessuti da sola. Come e dove lo fai?</strong><br />
Io creo il design e poi lavoro sul filato in collaborazione con il Laboratorio di Sperimentazione del Museo tessile di Tilburg, in Olanda. È un’esperienza sensazionale che si sviluppa nell’arco di due processi: prima il design e poi un metodo di lavorazione che io chiamo scherzosamente jumping knitting.</p>
<p><strong>In cosa consiste?</strong><br />
Una macchina particolare permette di creare diverse combinazioni di filato, essendo dotata di molti aghi posizionati su diverse altezze della macchina. Attraverso un controllo manuale è possibile saltare delle combinazioni, dando così vita a interessanti volumi e a multipli strati, proprio come si vede in Co2.</p>
<p><strong>È grazie a questo che hai vinto il premio i-D al Contest ITS di Trieste?</strong><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/scout3.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1075" title="Elise Gettliffe" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/scout3-196x300.jpg" alt="Elise Gettliffe" width="196" height="300" /></a><br />
La creatività e l’originalità della creazione tessile hanno sicuramente aiutato, ma credo che una mano l’abbia data anche la vittoria dell’anno precedente per la collezione BANG BOUM VLAN PAF HIIIIIIII!. Un’esplosione di cornici fiabesche che creavano una fanta-scentifica monarchia. Un ottimo biglietto da visita. Ecco, magari questa volta è stato più facile, grazie al fatto che mi conoscevano già…</p>
<p><strong>Quella collezione ha avuto un gran successo. Era anche l’icona dello show di Anversa e del Magazine “Show Off”. Come si vive questa attenzione?</strong><br />
Fa piacere partecipare e soprattutto vincere un contest importante come quello di Trieste. L’atmosfera che si respira in quei 4 o 5 giorni di preparazione è molto stimolante. Il trionfo a ITS ha inoltre rappresentato un supporto economico importante che mi ha permesso di creare la mia collezione successiva, Co2.</p>
<p><strong>E magari qualcun&#8217;altra futura…</strong><br />
Si, il mio scopo è continuare con una mia label personale. Una nuova collezione mi verrà parzialmente finanziata tramite Ra, il nuovo spazio di arte e moda creato ad Anversa da due miei amici dell’Accademia. In Aprile dovrò inoltre curare una mostra fotografica per i-D. Poi, se riesco, mi prendo una vacanza.</p>
<p><strong>.dove</strong><br />
Ra<br />
Kloosterstraat 13<br />
2000 Antwerp<br />
Belgium<br />
<a href="http://www.ra13.be" target="_blank">www.ra13.be</a></p>
<a class="a2a_dd addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save?linkurl=http%3A%2F%2Fwww.wit-mag.com%2F2010%2F01%2Felise-gettliffe%2F&amp;linkname=Elise%20Gettliffe">Share/Save</a>]]></content:encoded>
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		<title>The lily lolls upon the wave</title>
		<link>http://www.wit-mag.com/2010/01/the-lily-lolls-upon-the-wave/</link>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 20:42:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articles]]></category>

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		<description><![CDATA[Punk ora è attuale. Il nero sembra la nuova ossessione. Una sorta di contagio perturbante.
Un vento dark che ci riporta lontano, fino allo sguardo di “Jubilee” di Derek Jarman. Cacciatore di tendenze e involontario cool hunter, ha filmato e catturato in anticipo i colori e le forme delle prime atmosfere delle punk culture.
[a cura di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Punk ora è attuale. Il nero sembra la nuova ossessione. Una sorta di contagio perturbante.<br />
Un vento dark che ci riporta lontano, fino allo sguardo di “Jubilee” di Derek Jarman. Cacciatore di tendenze e involontario cool hunter, ha filmato e catturato in anticipo i colori e le forme delle prime atmosfere delle punk culture.</p>
<p><strong>[a cura di Paola Maddaluno]</strong><br />
articolo tratto da <a href="../2010/01/wit-14/" target="_blank">.wit#14. Hypotenusa Issue</a></p>
<div id="attachment_1069" class="wp-caption alignleft" style="width: 208px"><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/witage2.jpg"><img class="size-medium wp-image-1069" title="Rick Owens" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/witage2-198x300.jpg" alt="Rick Owens" width="198" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Rick Owens</p></div>
<p>È l’Inghilterra degli Anni Settanta. Protagonista un solo slogan: “<em>No Future</em>”, coniato dai <strong>Sex Pistols</strong> per esprimere la sintesi, la confusione e infine la sparizione del confine tra passato e presente. Una pellicola dura e respingente animata dal vivace ritmo di balli e di canti, dal susseguirsi di abiti eccentrici e bizzarri, di confezioni tessili insolite, di acconciature vaporose dai toni vivacissimi, di capelli rasati e accessori preziosi. Un’estrosità che annuncia l’arrivo dei Punks, i quali &#8211; anarchici e nichilisti &#8211; privano gli oggetti della propria identità, dei propri codici. Si divertono a violentarli, a modellarli. Mescolano e sommano tracce contrastanti. Operano come <em>bricoleurs</em>, impegnati a integrare oggetti di varia provenienza, producendo una semiotica nuova rispetto a quella abituale. Ciò implica che, come è stato messo in evidenza da Alberto Abruzzese, “il maquillage prescelto dai <em>Punks</em> è interamente comprensibile calandosi nel gran bazar delle merci” in quanto, “ogni merce viene a far parte del corpo, lo penetra, vi convive”. Questa decorazione del corpo non è più travestimento, maschera, simulazione: “allude piuttosto alla mutazione. Il corpo fa proprio l’universo delle merci”. Questa filosofia fa dei Punk una vera cultura underground caratterizzata da sovrapposizioni stilistiche – decorazioni primitive con giubbotti di pelle Anni Cinquanta, tagli futuristici con scarpe a punta stile teddy, pizzo imbastito nella plastica – e da un look provocante e aggressivo fatto di abiti in pelle nera disseminati di borchie e spille da balia, make-up forti, <em>skulls</em> e icone religiose. Una pluralità assolutamente coerente di geometrie e di stoffe: elementi espressivi attraverso i quali ciascun membro della community può dialogare con gli altri e attribuire un significato unitario alle proprie esperienze.<br />
Jarman con la sua cinepresa ha raccolto le voci di un tempo mentre <strong>Derek Ridgers</strong> ha immortalato le evoluzioni di un’epoca. Famosa una sua foto, scattata alla fine degli anni Ottanta: è il volto di un punk con pettinatura disegnata da coni simmetrici fissati con vasellina, bomber in pelle scura con dettagli d’acciaio, bavero adornato di pins dai più svariati motivi grafici, collana d’oro con un pendente a forma di crocifisso e un rosario indossato a mo’ di orecchino. L’attenzione si focalizza sull’originalità del trucco. Eyeliner spesso, che circoscrive il contorno occhi fino a congiungersi con l’estremità della sopracciglia. Una sorta di tatuaggio facciale. Un intervento che ricorda le manie tipiche della body art.<br />
Muovendo dagli scatti di Ridgers, nello stesso periodo, ci si ritrova a Londra. Ambiente medievale, scuro, quasi demoniaco. In bilico tra gli incubi narrati da <strong>Edgar Allan Poe</strong> e le vicende compiute da Dracula si traccia l’inizio di un nuovo mood. Nascono i <em>Goths</em> che, ossessionati dal nero, aderiscono a un’architettura del vestiario di impronta vittoriana, composta dai decori dei merletti e dalla spigolosità dei pizzi. Ridgers ritrae due donne appoggiate al muro di una casa e immobili su dei gradini. Hanno il viso bianco gesso, ombretto color porpora, capelli raccolti in fasce e nastri annodati. Sguardi persi nel vuoto, seri, distratti. Mode che si sono contaminate. Avvicinandosi, hanno determinato altre mode. Allontanandosi, hanno dettato le norme del comunicare oggi. Una fusione ardita che sembra emergere, con disinvoltura, nello shooting immaginato da <strong>Tim Burton</strong>, in collaborazione con il fotografo <strong>Tim Walker</strong>, per il numero di Halloween (ottobre 2009) della rivista Harper’s Baazar. Atmosfere cupe attingono alla magia delle fiabe di Burton, da  Edward Scissorhands alla sua Corpse Bride:  tra prati riarsi e rose rosse languide e decadenti si collocano modelle d’allure dark, in un allestimento ricco di scheletri, bendaggi e gramaglie. Dallo<em> street style</em> al fashion queste interazioni hanno anche invaso altri linguaggi contemporanei, in primo luogo l’arte.<br />
Basta guardare il lavoro di <strong>Damien Hirst</strong> o di <strong>Jan Fabre</strong>. Definiti accademici borghesi in un recente articolo pubblicato sul Corriere della Sera da Vincenzo Trione  “<em>le opere dei pompiers del Duemila sono cifre di un kitsch che, riportato attraverso soluzioni monumentali, esibisce arroganza e provocazione</em>”. Sono aspetti che si ritrovano in entrambe le subculture, accomunate da un costante e fedele utilizzo del nero. Agli antipodi del nero minimalista, tipico di molti stilisti giapponesi che ne hanno valorizzato l’aspetto pudico, l’ eleganza e la ricercatezza, è il nero feticcio: aggressivo, a tratti violento, spesso respingente. Portavoce in tal senso è il lavoro di <strong>Gareth Pugh</strong>: “the mad prince of British fashion” colpisce per il fanatismo delle  proporzioni e per la difesa dell’hand-made.</p>
<div id="attachment_1070" class="wp-caption alignright" style="width: 207px"><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/witage1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1070" title="Yohji Yamamoto" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/witage1-197x300.jpg" alt="Yohji Yamamoto" width="197" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Yohji Yamamoto</p></div>
<p>Il suo approccio è un’appassionante alchimia di omaggi agli scenari cinematografici, di riferimenti all’ arte contemporanea, di risonanze emotive della moda di<strong> Alexander Mc Queen</strong>, <strong>John Galliano</strong>, <strong>Hussein Chalayan</strong>.  Un interrotto studio sulle metamorfosi formali. Sperimentazioni sui materiali, riutilizzo di processi artigianali armonizzati secondo innovative regole di sintassi estetica e culturale. Nell’ultima collezione primavera/estate 2010 parigina, Pugh immerge il suo lavoro in un clima tetro. Protagoniste sono le tonalità del nero. Con disinvoltura scompone questa cromia, come se fosse un oggetto, una “merce”. Propone le sfaccettature tessili del  grigio. Alterna tagli spigolosi a stoffe sfrangiate. Intreccia trame di cotone con trame di pelle, di velluto, di garza. Sveste e riveste spessori materici. Circoscrive la coerenza stilistica all’interno di geometrie perfette. Questo atteggiamento up to date sottolinea con gran forza la lontananza dagli schemi del nero basico, per aderire al nero feticcio. Una scelta che accomuna, con differenti lemmi, la moda di Pugh a quella di <strong>Rick Owens</strong>. Influenzato dai segni della <em>Decadence Holliwoodiana</em>, lo stilista californiano ingabbia il suo stile in una griglia “neo-gotica”, proponendo una nuova tendenza in grado di accordare le opposizioni di uno stesso colore. Per la linea autunno/ inverno 2009-10 elabora con maestria le forme tipiche del suo lavoro. Con consapevolezza rara, coniuga fenditure asimmetriche con fenditure simmetriche. Unisce tessuti diversi, dalla pelle, al cotone, passando per la lana, creando un dinamico equilibrio. L’eleganza di origami disegnati dialogano con la morbida aggressività dei cosciali e dei guanti in pelle nera. Owens sembra coniugare due volti del nero.<br />
Ai confini con il nero minimalista, va la ricerca compiuta da <strong>Bruno Pieters</strong>: la sua donna umanoide sfoggia un nude-look poetico e silenzioso, cadenzato da trasparenze e da pieghe che lasciano intravedere in piccoli pertugi la sinuosità del corpo. Sulle passerelle primavera/estate 2010 Pieters lancia una silhouette dall’immagine eterea, intatta, candida. Da una parte mostra con delicatezza le nuance del bianco e del rosa, dall’altra parte con fasce drappeggiate più arroganti e incisive sperimenta la compiutezza del nero. Tutto avviene in una dimensione celestiale. A predominare è la leggerezza, come la scarpa in pvc, che suggerisce realtà lontane. Una carrellata di esempi stilistici per capire come il nero può assumere personalità eterogenee. Può essere l’elemento distintivo di subculture. O interprete di logiche di mercato. O l’attore principale di una stagione, di una tendenza. Di sicuro, per riprendere un’espressione di <strong>Yohji Yamamoto</strong>, “<em>il nero è l’unico colore in grado di controllare l’ordine astratto della moda</em>”.</p>
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		<title>Henrik Vibskov</title>
		<link>http://www.wit-mag.com/2010/01/henrik-vibskov/</link>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 20:33:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articles]]></category>

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		<description><![CDATA[Suona la batteria con Trentemøller. Crea un progetto totalmente basato sulla Fringe assieme al suo amico  graphic designer Andreas Emenius. Presenta la sua ultima collezione  in una foresta con modelle che portano a spasso Asini.  .wit magazine chatta con Henrik Vibskov, la personificazione del  fashion design contemporaneo&#8230;
[a cura di Marco Pecorari]
articolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Suona la batteria con Trentemøller. Crea un progetto totalmente basato sulla Fringe assieme al suo amico  graphic designer Andreas Emenius. Presenta la sua ultima collezione  in una foresta con modelle che portano a spasso Asini. <strong> .wit</strong> magazine chatta con Henrik Vibskov, la personificazione del  fashion design contemporaneo&#8230;</p>
<p><strong>[a cura di Marco Pecorari]<br />
</strong>articolo tratto da <a href="http://www.wit-mag.com/2010/01/wit-14/" target="_blank">.wit#14. Hypotenusa Issue </a></p>
<p><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/main1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1063" style="margin: 5px;" title="Henrik Vibskov" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/main1-201x300.jpg" alt="Henrik Vibskov" width="201" height="300" /></a>L’appuntamento è fissato per le ore 18, su Skype. Alle 17.50 inizia a vibrare il computer. Henrik sta chiamando. Immancabile cappellino, camicia in denim che lascia sbirciare su una magliettina a righe rosse. In anticipo e disponibile: non proprio un comportamento da star-system. Lui si trova nel suo studio a Copenhagen e inizia a parlarci del nero-buio della capitale danese.</p>
<p>HV: Ormai alle 16 inizia già a diventare scuro. Però devo dire che mi piace camminare nel buio. Non sai mai cosa aspettarti.</p>
<p><strong>Il buio è un’ottima tela scatenatrice di visioni…</strong><br />
HV: Potrebbe essere il buio, è vero…</p>
<p><strong>E come sono iniziate queste “passeggiate nel buio”?</strong><br />
HV: Beh, fin da piccolo ero abituato a giocare da solo. Ho due fratelli più grandi di qualche anno, quindi mi sono sempre abituato a vivere di costruzioni fantastiche.</p>
<p><strong>Una fantasia puerile che si tramuta naturalmente in irrealtà mature?</strong><br />
HV: Nel mezzo c’è stata la mia educazione. Ho tentato di studiare ingegneria delle costruzioni ma era troppo noioso, così ho preferito il design.</p>
<p><strong>Design prima di sfociare nella moda.</strong><br />
HV: Sì. La moda è arrivata solo quando mi sono iscritto alla Central Saint Martins.</p>
<p><strong>E tutto grazie a una donna…</strong><br />
HV: Diciamo che una donna mi ha dato una mano. L’ho conosciuta a una festa. Era eccezionale, così ho iniziato a parlarle: lei stava andando a Londra, alla Central Saint Martins. Ed io ho replicato: “Ah sì? Anch’io!”. Non sapevo neanche cosa fosse…</p>
<p><strong> Quando si dice amore a prima vista…</strong><br />
HV: Macché! Però alla fine mi è stata sicuramente d’aiuto, anche se, anche lì, ho rischiato di non entrare…</p>
<p><strong> Anche?</strong><br />
HV: Beh, mi era già capitato. Alla Danish School of Design, per colpa di un cetriolo liquido non sono passato.</p>
<p><strong>Un cetriolo liquido?</strong><br />
HV: Esatto. Era il mio portfolio. Purtroppo è esploso, bagnando tutti i portfolio degli altri studenti. Così alla Central Saint Martins ho deciso di presentare qualcosa di più classico: disegni di statue greche ritratte in un museo antico di Copenhagen e qualche altro collage.<br />
<strong><br />
E stavolta ha funzionato…</strong><br />
HV: Sì, stavolta sì! E così ho iniziato a lavorare sul menswear. All’inizio volevo quasi mollare, ma i professori hanno iniziato a convincermi che non andavo poi così male.</p>
<p><strong>La tua collezione finale Pigs Colletion ha avuto un grande successo…</strong><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/main2.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1064" style="margin: 5px;" title="Henrik Vibskov" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/main2-198x300.jpg" alt="Henrik Vibskov" width="198" height="300" /></a><br />
HV: Era ispirata alla simbologia religiosa del maiale, ma era anche un po’ autobiografica. Io vengo da un paesino danese pieno di maiali. L’ho creata in pochissime settimane, perché poi dovevo partire per un tour con la mia band del tempo.</p>
<p><strong>Musica e Moda o Moda e Musica?</strong><br />
HV: La Musica viene prima, cronologicamente. Suono la batteria da quando avevo tre anni. Ho sempre fatto parte di una band. A Stoccolma, a Londra e ora di nuovo Stoccolma.<br />
(Henrik si alza e inizia a fumare, portandoci in giro all’interno del suo laboratorio)</p>
<p><strong> Non solo, stai girando parecchio anche con Trentemøller …</strong><br />
HV: Sì, stiamo lavorando assieme. Una bella collaborazione dove mi diverto, a volte, anche a organizzare performance scenografiche per il palco. Ora, per esempio, sto lavorando per il “Roskilde Festival” (Danimarca) che si terrà il prossimo 2 luglio.</p>
<p><strong> Come ci si accorge di essere diventati “famosi”? Quando si ha un flagship store?</strong><br />
HV: Non credo sia importante essere riconosciuti. E per la verità il mio è non è un flagship store, ma un multi-brand. Ho due negozi, a Oslo e a Copenhagen, per i quali scelgo personalmente le marche; parallelamente alla vendita curiamo anche un blog. Sono tutte attività interessanti, però non credo che un negozio possa essere un momento di consapevolezza.</p>
<p><strong> E come si ha questa consapevolezza?</strong><br />
HV: Per me è venuto tutto un po&#8217; inaspettatamente. Dopo la mia prima collezione tutti mi chiedevano di rilasciare interviste e di fare mostre. Ero richiesto, ma non guadagnavo molto. Poi ho iniziato a carburare e se vuoi sapere in quale momento  me ne sono reso conto, ti direi quando sono andato a Parigi per fare qualcosa al Palais de Tokyo.</p>
<p><strong> Cosa hai fatto?</strong><br />
HV: Era una delle prime volte che organizzavo uno show su Parigi, mi sembra fosse nel 2003. Ero ad una festa con amici, e parlando con Diane (Pernet, ndr) le ho detto che avevo un appuntamento con il direttore del Palais de Tokyo. &#8216;Però Henrik, iniziano a muoversi le cose per te&#8217; mi disse lei. Io non sapevo bene cosa fosse il Palais de Tokyo, finché non mi ci sono recato &#8211; fogliettino con indirizzo alla mano. Leggevo i numeri civici: palazzo per palazzo&#8230;</p>
<p><strong> E quando ti sei accorto che mancava un numero&#8230;</strong><br />
HV: Non mi aspettavo tanta fisicità! Entro e mi portano all&#8217;ultimo piano, dove incontro il direttore che mi dice: Hai cinque minuti, cosa vuoi fare?</p>
<p><strong> E tu?</strong><br />
HV: Una casa. E il Direttore mi dice che va bene. Ecco, lì ho capito che iniziavano ad andare bene le cose per me.<br />
<strong><br />
Una casa all&#8217;interno del Palais de Tokyo. Componi sempre scenografie spettacolari! Come per l’ultima passerella parigina…</strong><br />
HV: The Solar Donkey Experiment è un esperimento sulla combinazione. Di colore: nero e rosso. E di oggetti: ombrello e fringe (frangia).</p>
<p><strong>Mantenendo la solita corrispondenza tra uomo e donna.</strong><br />
HV: Sì, non vedo grosse differenze e mi sembra di mostrarlo.</p>
<p><strong>Questa collezione è stata raccontata anche tramite una performance outdoor. Quanto è importante la dimensione performativa per la comprensione dei tuoi lavori?</strong><br />
HV: Per me è importante come forma di espressione. Ho sempre cercato questa dimensione, con cui mi trovo molto a mio agio. Il mio è un Universo che ha bisogno di questo genere di dimensioni. Non distinguo le cose. Un esempio è The Fringe Projects 1-10.</p>
<p><strong>Come è nato questo progetto?</strong><br />
HV: È un progetto in collaborazione con il graphic designer Andreas Emenius. La Fringe è il luogo d’incontro tra me e Andreas. Rappresenta il luogo comune delle opere. Una costante matematica.</p>
<p><strong><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/main3.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1065" style="margin: 5px;" title="Henrik Vibskov" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2010/01/main3-198x300.jpg" alt="Henrik Vibskov" width="198" height="300" /></a>Ma in cosa consiste?</strong><br />
HV: Sono dieci progetti: una birra con le frange, una sedia con le frange, una copertina per un magazine… Progetti autonomi, ma legati l’uno all&#8217;altro.</p>
<p><strong> Il progetto è stato esposto anche presso il museo Zeeuws Museum di Middelburg in Olanda…</strong><br />
HV: Sì. Siamo immensamente grati al museo, che ha permesso anche l’ultima fase del Fringe Project, ovvero il libro Fringe Projects 1-10. Inoltre è stata l’occasione di raggruppare tutti e dieci i progetti. Dalle sedie alle birre, dal fashion film alla scultura/poster dove appariamo in tutine a pois gialle e nere. La macchina poi è stupenda…<br />
<strong><br />
Con questo progetto avete fatto tappa anche a Milano.</strong><br />
HV: Sì, nell’Aprile 2008, presso il Grand Danois durante la Design Week. Abbiamo fatto l’installazione del Project 7: una parete con frange rotanti. I bambini si sono divertiti un sacco, ed è stato per noi motivo d’orgoglio. I bambini sono i migliori critici.</p>
<p><strong> Ci saranno altre tappe in futuro?</strong><br />
HV: La mostra Graphic Experiments al Kunsthal Brænderigården (Viborg, Danimarca).</p>
<p><strong> La grafica rappresenta un aspetto fondamentale per la tua moda.</strong><br />
HV: Ho avuto una formazione grafica e credo sia evidente.</p>
<p><strong> Non solo nelle installazioni. Anche durante i tuoi show, non abbandoni la tua attitudine costruttivista.</strong><br />
HV: Lo show è una dimensione importante nella moda. Devi riuscire a catturare l’attenzione di chi ti guarda, devi riuscire a vendere e a lasciare il segno. Tutto in venti minuti.</p>
<p><strong> Allora diciamo che le tue installazioni ti aiutano un poco. Come nascono?</strong><br />
HV: Sono delle idee personali. Ad esempio la primavera/estate 08 &#8211; The fantabulous music bicycle factory – è stata un’idea che coltivavo da tempo. Ho creato delle biciclette speciali che generavano rumori e suoni. Creazione fisica di musica.</p>
<p><strong>Nell’ autunno/inverno 09/10 &#8211; The Humen Laundry Service &#8211; c’è un fortissima simbologia e ancora una volta donna e uomo non si distinguono.</strong><br />
HV: È una mia idea. Utilizzo dei dispositivi per ingabbiare le disuguaglianze. Cappelli, Parrucche, Maschere. Però non credere che non conosca la differenza tra donna e uomo…</p>
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		<title>Leitmotiv</title>
		<link>http://www.wit-mag.com/2009/09/leitmotiv/</link>
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		<pubDate>Sun, 20 Sep 2009 11:34:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articles]]></category>

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		<description><![CDATA[Il tema del “Doppio” e l’indagine dell’Inconscio. Il gotico e il barocco. .wit incontra Leitmotiv, il nuovo duo della moda nato dalla complicità tra il colombiano Juan Caro e il milanese Carlo Sasso...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il tema del “Doppio” e l’indagine dell’Inconscio. Il gotico e il barocco. <strong>.wit</strong> incontra Leitmotiv, il nuovo duo della moda nato dalla complicità tra il colombiano Juan Caro e il milanese Carlo Sasso, giovani creativi che dopo il successo presso il Fashion Incubator, hanno sfilato a Milano e a Tokyo, per arrivare alla vittoria del Furla Talent Hub. Uno stile all’insegna dell’assemblaggio artistico. Una continua reinterpretazione di elementi stilistico-concettuali che sono già nell’aria, per creare qualcosa di nuovo…</p>
<p><strong>[a cura di Paola Riviera]</strong><br />
articolo tratto da <a href="http://www.wit-mag.com/?p=911" target="_blank">.wit#13. Ramadan Issue </a></p>
<p><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/Leitmotiv_LUK_6699-04.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-936" style="margin: 5px;" title="Leitmotiv" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/Leitmotiv_LUK_6699-04-199x300.jpg" alt="Leitmotiv" width="199" height="300" /></a>Juan amava l’arte: il suo cammino, da Bogotà a Parigi, l’ha infine portato in Italia, per seguire un sogno. Carlo aspirava alla carriera di sarto, prima nei laboratori di famiglia, poi al DAMS di Bologna. È qui che avviene l’incontro fortuito e fortunato tra due personalità diverse, opposte ma allo stesso tempo complementari. Ed è così che, letteralmente, l’arte incontra la moda nel progetto <strong>Leitmotiv</strong>, un mix di memoria e immaginazione, in cui ogni abito<br />
corrisponde a un micro-mondo. Una forza espressiva che si è fatta notare anche nell’ambito del <em>Furla Talent<br />
Hub</em> con una capsule collection di accessori ispirata al complesso e sofisticato universo di <em>Alice nel paese delle meraviglie</em>, rielaborato attraverso forme e stampe contemporanee che prendono vita in pochette, orologi e ombrelli. Dalla favola di Lewis Caroll all’assemblaggio artistico di Joseph Cornell: questo il fil rouge della prossima stagione che prevede una collezione composta da paesaggi mentali, arricchiti da cimeli e ninnoli del passato, come vecchie<br />
foto e mappe di viaggi. Capi ricercati e leggeri, realizzati con materiali che volteggiano in un collage di stampe<br />
discordanti ma in dialogo tra loro. In un curioso equilibrio tra maschile e femminile, dove i pantaloni diventano pantagonne e i papillon accessori per donna.</p>
<p><strong>La genesi del vostro sodalizio artistico.<br />
Fabio</strong>: Abbiamo iniziato a collaborare nel 2002, dopo un fortunato incontro a Bologna. Juan aveva una formazione artistico-visuale e pittorica che lo aveva portato a occuparsi di stampe per i tessuti; mentre io, che avevo studiato sartoria e modellistica, allora cucivo borse. Abbiamo esposto i nostri primi lavori proprio a Bologna nell’ambito della mostra <em>Double Face </em>che esplorava il legame tra arte e moda. E così è nato il nostro marchio, Leitmotiv.</p>
<p><strong>E quale sarebbe il vostro filo conduttore?</strong><br />
<strong>Fabio</strong>: Sicuramente il connubio tra arte e moda che si riflette nelle stampe, ma anche nelle forme, delle nostre creazioni. Inoltre menzionerei il concetto del “Doppio”, inteso sia stilisticamente che concettualmente.</p>
<p><strong>Moda vs arte, realtà vs fantasia, pret-à-porter vs haute couture: opposti o complementari?</strong><br />
<strong>Fabio</strong>: Opposti e complementari allo stesso tempo. L’importante è fare in modo che possano dialogare e scambiarsi i rispettivi caratteri.</p>
<p><strong>E voi due, opposti o complementari?</strong><br />
<strong>Fabio</strong>: Vale anche per noi: opposti e complementari. Io sono barocco e decorativo; Juan è minimale e gotico. Due anime opposte che in Leitmotiv si integrano alla perfezione. <a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/LEITMOTIV-SS10-uomo-9-copia.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-935" style="margin: 5px;" title="Leitmotiv" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/LEITMOTIV-SS10-uomo-9-copia-212x300.jpg" alt="Leitmotiv" width="212" height="300" /></a></p>
<p><strong><em>Alice nel paese delle meraviglie</em>, una tra le più famose fiabe di tutti i tempi diventa il tema della vostra capsule collection per Furla. Un ricordo dalla vostra infanzia?</strong><br />
<strong>Fabio</strong>: Alice è sicuramente nella nostra memoria. La sfida è stata portare alla luce quell’aspetto infantile di Alice, la sua capacità di stupirsi e abbandonarsi senza freni alla potenza della fantasia.</p>
<p><strong>Uno stile per ogni personaggio della favola…<br />
Juan</strong>: Per Alice un abito davvero spettacolare, con una stampa da classica protagonista. Bianconiglio lo immagino come un elegante dandy contemporaneo, allo Stregatto invece servirebbe un abito trasformabile, che rispecchi le sue mille personalità. Per la Regina di Cuori chiederemmo in prestito un modello di Agatha Ruiz de la Prada, mentre il Cappellaio Matto sarebbe sicuramente vestito come noi, con un completo Leitmotiv!</p>
<p><strong>E voi che personaggi sareste?</strong><br />
<strong>Fabio</strong>: Io il Cappellaio Matto, ovviamente. Juan lo vedrei meglio come Bianconiglio.</p>
<p><strong>Nominate Agatha Ruiz de la Prada. Altri punti di riferimento nella moda o nell’arte?</strong><br />
<strong>Juan</strong>: I riferimenti potrebbero essere moltissimi, ogni stilista con dei contenuti ha qualcosa da insegnarci e il nostro spirito è sempre aperto all’osservazione. Lo stesso vale per l’arte, guardiamo ad artisti passati e contemporanei a seconda della sensibilità del momento. Per esempio, per Fabio il barocco è un’ispirazione costante, mentre per me il gotico è sempre un termine di paragone.</p>
<p><strong>Dopo quella con Furla, avete in programma altre collaborazioni per il futuro?</strong><br />
<strong>Juan</strong>: Speriamo di continuare con le collaborazioni in corso, per crescere grazie ad esse.</p>
<p><strong>Nessuna paura che possano nuocere all’identità di un marchio giovane come il vostro?</strong></p>
<p><strong>Juan e Fabio:</strong> E&#8217; vero, spesso può succedere che marchi affermati mettano i loro designer nell’ombra. Ma per noi non è mai stato così. Con Talent Hub ad esempio, la nostra creatività è stata esaltata senza essere completamente<br />
assorbita dall’immagine già consolidata  di un marchio prestigioso quale Furla. Ammiriamo molto quei marchi<br />
tanto lungimiranti da investire in progetti ambiziosi e interessanti come le collaborazioni con giovani stilisti.</p>
<p><strong><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/02072009-IMG_2634-copia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-933" style="margin: 5px;" title="Leitmotiv" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/02072009-IMG_2634-copia-200x300.jpg" alt="Leitmotiv" width="200" height="300" /></a></strong><strong>Qualche parola per descrivere la vostra nuova collezione.<br />
Juan</strong>: Lo spirito è quello della raccolta, della creazione di un mix contaminato da tanti linguaggi: arte, design, architettura, cinema. Non ha caso il nostro pensiero va alle famose scatole dell’artista e cineasta Joseph Cornell. Il titolo della collezione &#8211; <em>Readymade</em> &#8211; rappresenta la volontà di reinterpretare continuamente elementi stilistico-concettuali che sono già nell&#8217;aria, per creare qualcosa di nuovo.</p>
<p><strong>Carroll, Cornell: cosa vi spinge verso questi personaggi così enigmatici?<br />
Fabio</strong>: Carroll e Cornell hanno in comune l&#8217;elemento della surrealità. L&#8217;indagine dell&#8217;inconscio è essenziale per la nostra poetica.</p>
<p><strong>Qualche progetto ancora nel cassetto?<br />
Juan</strong>: Sperimentare. Soprattutto con la Moda Uomo che, in Italia, resta troppo spesso legata a canoni tradizionali.<br />
<strong> </strong></p>
<p><strong></strong></p>
<p><strong>.link</strong><br />
<a href="http://www.leit-motiv.com" target="_blank">www.leit-motiv.com</a></p>
<p><strong>.dove</strong><br />
Luisa Via Roma<br />
Firenze<br />
<a href="http://www.luisaviaroma.com" target="_blank">www.luisaviaroma.com</a></p>
<p>American Rag<br />
Los Angeles e San Francisco<br />
<a href="http://www.amrag.com" target="_blank">www.amrag.com</a></p>
<p>Harvey Nichols<br />
Hong Kong<br />
<a href="http://www.harveynichols.com" target="_blank"> www.harveynichols.com</a></p>
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		</item>
		<item>
		<title>Etiche di Moda</title>
		<link>http://www.wit-mag.com/2009/09/etiche-di-moda/</link>
		<comments>http://www.wit-mag.com/2009/09/etiche-di-moda/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 19 Sep 2009 12:25:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articles]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo scorso maggio si è svolta la conferenza internazionale Ethical Fashion: Moda Critica presso l’Università Cattolica di Milano. La questione etica è un argomento che sembra aver generato, negli ultimi anni, una vera e propria tendenza...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso maggio si è svolta la conferenza internazionale <em>Ethical Fashion: Moda Critica</em> presso l’Università Cattolica di Milano. La questione etica è un argomento che sembra aver generato, negli ultimi anni, una vera e propria tendenza. Non più un campo relegato all’equo-solidale, bensì a tutti i mondi della moda: dal main fashion alla moda di sperimentazione. .<strong>wit</strong> ha fatto sedere al suo tavolo la Professoressa<strong> Emanuela Mora</strong>, le fashion designer <strong>Christina Kim</strong>, creatore di ‘Dosa’, e <strong>Johanna Riplinger</strong>, direttore del design di ‘Ethos Paris’, <strong>Guya Manzoni</strong>, responsabile comunicazione ed eventi di ‘Isola della Moda’, e <strong>Marta Pietribiasi</strong>, ideatrice e creatrice della brand Nathù.</p>
<p><strong>[a cura di Marco Pecorari]</strong><br />
articolo tratto da <a href="../?p=911" target="_blank">.wit#13. Ramadan Issue </a></p>
<p><strong><br />
Per quali motivi viviamo un trend moda/etica?</strong></p>
<div id="attachment_951" class="wp-caption alignleft" style="width: 241px"><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/Christina-Kim.jpg"><img class="size-medium wp-image-951" style="margin: 5px;" title="Christina Kim" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/Christina-Kim-231x300.jpg" alt="Christina Kim" width="231" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Christina Kim</p></div>
<p><strong>MP</strong>: Semplicemente perchè si sta diffondendo trasversalmente la consapevolezza della insostenibilità e dell’ingiustizia del nostro vivere moderno. Squilibri ambientali e disuguaglianze economiche ci stanno portando<br />
a mettere in discussione il nostro modello consumistico, dove la moda recita un ruolo da protagonista…<br />
<strong>EM</strong>: E l’aspetto interessante credo proprio risieda nel fatto che il principio di responsabilità sociale non sia più in contrasto con il carattere individualista delle persone più sensibili alle novità della moda. Questa ‘presa di<br />
coscienza’ si sviluppa e si accompagna all’interesse per le condizioni di sostenibilità: ambientale ed etica.<br />
<strong>GM</strong>: Se mi permettete più che di moda etica, a noi di Isola della Moda piace parlare di “moda critica”. Mentre l’aggettivo “etico” fa riferimento prevalentemente ad un consumo che abbia una qualche valenza o fine sociale, il termine “critico” ha un valore più ampio: non solo il valore sociale, ma anche la sobrietà nello stile di consumo, la sostenibilità ambientale del processo produttivo, la valorizzazione della manualità, della creatività e dell’auto-produzione, la riscoperta d metodi di lavorazione tradizionali.<br />
<strong>JR</strong>: È esattamente a questi principi che noi di Ethos ci rifacciamo. Potrà<br />
sembrare scontato, ma è un processo intenso che richiede tempo e (molto) denaro. Non è facile mettersi in concorrenza con la velocità del main fashion. Soprattutto ora che moltissimi marchi cavalcano l’onda ‘etica’, rivendicando principi che fino ai primi anni del Duemila nessuno concepiva. Però è proprio su questo che si deve combattere per educare il consumatore.<br />
<strong><br />
Ma che ruolo recita il consumatore in questo trend?</strong></p>
<p><strong>EM</strong>: Credo che il consumatore possa vivere in un dubbio. L’espansione del sistema produttivo e consumistico della moda ha stimolato un dilemma morale. Da un lato il desiderio di migliorare se stessi, rifacendosi all’immaginario dettato dalla moda. Dall’altro lato la consapevolezza delle costrizioni generate da questi meccanismi di controllo. A tutto ciò vanno aggiunti gli scandali sullo sfruttamento dei lavoratori e dell’ambiente…<strong><br />
CK</strong>: Sono pienamente d’accordo. Sono convinta che il consumatore stia osservando la condizione attuale, soprattutto in questi momenti di crisi economica e affermo ciò sulla base della mia esperienza. La mia brand ‘Dosa’ crea abiti, più che moda. Noi vestiamo il nostro consumatore, evitando di seguire la velocità e i processi del fashion system. Ora, posso dirvi che non abbiamo avuto alcuna perdita nell’ultimo anno di crisi, al contrario di molti brand partecipanti al sistema.</p>
<p><strong>GM</strong>. Io invece credo che non tutti i consumatori si preoccupino di questi aspetti. Per motivi di tempo e denaro. A volte risulta più facile acquistare in catene main stream, soprattutto per la loro accessibilità. Per questo motivo si<br />
deve lavorare su questo aspetto se si desidera ampliare le vedute del consumatore. Quindi credo che, anche in questo caso, si debba parlare di un consumatore critico che ricerca e si impegna per una causa.<strong> </strong></p>
<div id="attachment_955" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><strong><strong><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/MartaPietribiasi.jpg"><img class="size-medium wp-image-955 " style="margin: 5px;" title="Marta Pietribiasi" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/MartaPietribiasi-300x201.jpg" alt="Marta Pietribiasi" width="300" height="201" /></a></strong></strong><p class="wp-caption-text">Marta Pietribiasi</p></div>
<p><strong>MP</strong>: Bisogna però osservare che il compratore finale, potendo scegliere fra innumerevoli proposte di moda, inizia a volersi informare. Vuole conoscere la sostanza e la storia del prodotto, le scelte dell’azienda che produce il marchio. Poi, possono subentrare anche altre variabili. Molti, ad esempio, si rivolgono alle fibre naturali a causa di allergie cutanee&#8230;</p>
<p><strong>Si potrebbe definirla una reazione naturale…</strong></p>
<p><strong>MP</strong>: In un certo senso. In molte occasioni il tessuto sintetico, a causa di pesanti trattamenti di tintura e finissaggio, provoca allergie e problemi dermatologici.<br />
<strong>JR</strong>: Questo è un problema che non si ha con materiali naturali come ilcotone organico. Purtroppo moltissime brand continuano a usare cotone non organico nei loro tessuti e bisogna ricordare che la sua produzione rappresenta uno dei processi maggiormente tossici del sistema agricolo. Da qui la nostra decisione di utilizzare solamente cotone organico certificato.<strong><br />
MP</strong>: Noi, ad esempio, cerchiamo di trasmettere la nostra scelta etica attraverso comportamenti trasparenti,<br />
documentati e costantemente controllati da organismi esterni all’azienda. Nathù viene prodotto in licenza da Atelier Stimamiglio, un’azienda di Vicenza che ha fatto certificare la linea come biologica da ICEA, Istituto per la Certificazione Etica e Ambientale, secondo gli standard GOTS, il Global Organic Textile Standard.</p>
<p><strong>Cosa regolano questi standard?</strong></p>
<p><strong>CK</strong>: Si interessano di tutto il processo produttivo: coltivazione, packaging, esportazione, importazione e vendita</p>
<div id="attachment_954" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/Johanna-Riplinger.jpg"><img class="size-medium wp-image-954 " style="margin: 5px;" title="Johanna Riplinger" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/Johanna-Riplinger-200x300.jpg" alt="Johanna Riplinger" width="200" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Johanna Riplinger</p></div>
<p>delle fibre naturali. Ogni fibra deveessere etichettata secondo due parametri: ‘Organico’, quando la percentuale di fibra organica è superiore o pari al 95%; ‘Made with x% di materiale organico’ invece richiede una percentuale che va dal 70% al 95%.<br />
<strong>EM</strong>: Purtroppo è noto che non tutti adottano questo modello, anche per colpa di un’elevata competizione tra i mercati nazionali che tradizionalmente sono stati leader per la moda e i nuovi Paesi in via di sviluppo, come Cina, Brasile, India.</p>
<p><strong>JR</strong>: E questo non comporta solamente un danno commerciale, ma anche sociale, in quanto non esiste un processo di collaborazione e istruzione delle popolazioni con cui si lavora. Questi paesi vengono sfruttati per le loro risorse senza neanche ipotizzare un progetto di supporto che, a nostro parere, potrebbe aiutare sia la qualità che la produzione.<strong><br />
CK</strong>: Lasciatemi dire che è difficile. Nonostante si ricerchi di controllare ogni passaggio, dalla coltivazione alla produzione, non si potrà mai essere sicuri al 100% o perlomeno io non mi sento completamente sicura. Vado in India da più di vent’anni e non posso esercitare un controllo totale. Però posso assicurare che nei miei lavori esiste il dialogo e la consapevolezza delle realtà in cui si lavora. ‘Dosa’ è collaborazione e non imposizione.<br />
<strong>GM</strong>: Però questi non sono gli unici aspetti di una Moda Etica o meglio ‘Critica’.<br />
<strong><br />
Ti potresti spiegare meglio?</strong></p>
<p><strong>GM</strong>: Esistono diversi “livelli” di eticità della produzione nel campo della moda. Noi di Isola della Moda lavoriamo da sempre con quelli che definiamo micro-brand, cioè piccoli produttori. Ciascuno con la sua storia e il suo percorso. Si passa dal vintage remake, nell’ottica del riutilizzo di capi usati, alle produzioni interamente prodotte con tessuti biologici o tinti naturalmente, collezioni realizzate da cooperative sociali che si occupano di persone con disagio, accessori realizzati con materiali di riciclo… E la volontà di riunirli ci ha portato a creare <em>Dressed Up</em>: un critical fashion show, che si svolgerà il 24 settembre (<a href="http://www.dressed-up.it" target="_blank">www.dressed-up.it</a>), durante la prossima fashion week milanese.<strong> </strong></p>
<div id="attachment_953" class="wp-caption alignright" style="width: 235px"><strong><strong><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/guya_manzoni.jpg"><img class="size-medium wp-image-953 " style="margin: 5px;" title="Guya Manzoni" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/guya_manzoni-225x300.jpg" alt="Guya Manzoni" width="225" height="300" /></a></strong></strong><p class="wp-caption-text">Guya Manzoni</p></div>
<p><strong><strong> </strong></strong></p>
<p><strong><strong> </strong></strong></p>
<p><strong>MP</strong>: Dall’altra parte si hanno i grossi brand che utilizzano il trend ethical, dedicando una parte considerevole del loro marketing a operazioni etiche di immagine che a volte riguardano una percentuale esigua del loro giro d’affari.<br />
<strong>EM</strong>: E questo ci porta alla questione anti-capitalistica che frena la moda critica. Personalmente ritengo che la possibilità di veder decollare questo genere di moda dipenda dalla capacità di superare l’identificazione della moda critica con l’ambito del no-profit e delle attività pro-sociali. Urge un nuovo approccio estetico.<strong><br />
CK</strong>: Questo dipende da chi crea queste brand e dalla loro formazione. Io ho un’educazione artistica e sono designer. Vivo l’idea e la corrispondo nelle mie creazioni. Trasmetto le mie origini asiatiche di essenzialità, mixandole con la mia esperienza di vita occidentale. Lavoro intensamente sull’essenzialità dell’ abito, come nella linea <em>Standard Issue</em>, dove si studiano per ogni collezione le medesime silhouette, sperimentando e intervenendo. Investiamo molto nella ricerca del design, cosa che non molti brand ‘etici’ fanno…<br />
<strong>JR</strong>: Infatti noi di Ethos ci siamo accorti di dover lavorare maggiormente sul valore estetico dell’abito e non semplicemente sul valore etico. Stiamo ampliando il nostro team di designer e contemporaneizzando il nostro website.<strong><br />
MP</strong>: Allo stesso tempo bisogna ammettere che fino a pochi anni fa il campo della ricerca su questi tessuti non era molto sviluppato e vi era una scarsa varietà di materiali sul mercato. E forse grazie a questo trend, ma credo anche grazie ai nostri sforzi, si sta vivendo un cambiamento. Basti pensare all’attenzione che abbiamo avuto dai media dopo la nostra sfilata durante <em>AltaRoma</em>.<strong><strong><br />
</strong></strong><strong><strong> </strong></strong></p>
<div id="attachment_952" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><strong><strong><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/Emanuela-Mora.jpg"><img class="size-medium wp-image-952" title="Emanuela Mora" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/Emanuela-Mora-225x300.jpg" alt="Emanuela Mora" width="225" height="300" /></a></strong></strong><p class="wp-caption-text">Emanuela Mora</p></div>
<p><strong>Quale ruolo può recitare questa Moda nel contemporaneo “flusso della sostenibilità”?</strong><br />
<strong> </strong><br />
<strong>GM</strong>: Un ruolo importantissimo. Purtroppo le grandi multinazionali della moda incidono molto, e spesso in maniera grave, sulla qualità dell’ambiente e delle risorse disponibili. La valorizzazione delle piccole produzioni, così come la capacità del singolo consumatore di decidere di acquistare un capo “etico” o “critico”, possono fare molto per modificare lo stile di consumo e, di conseguenza, quello di produzione delle grandi aziende.<br />
<strong>EM</strong>: Sarà difficile espropriare la Moda delle grandi marche dal suo mercato, però ciò non toglie che si stiano aprendo spazi simbolici e reali per un nuovo pensare alla moda. Un pensare etico che può costruire un immaginario in grado di mettere in discussione il ruolo svolto dalla moda come istituzione centrale della modernità industriale.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Featuring:</strong></p>
<p><strong>Christina Kim</strong><br />
Ideatrice e creatrice del brand Dosa<br />
<a href="http://www.dosainc.com" target="_blank">www.dosainc.com</a></p>
<p><strong>Marta Pietribiasi</strong><br />
ideatrice e creatrice del brand Nathù<br />
<a href="http://www.nathu.it" target="_blank">www.nathu.it</a></p>
<p><strong>Emanuela Mora</strong><br />
Professoressa del Centro MODACULT dell’Università Cattolica di Milano<br />
<a href="http://www.unicatt.it/modacult" target="_blank">www.unicatt.it/modacult</a></p>
<p><strong>Guya Manzoni</strong><br />
Responsabile comunicazione ed eventi di ‘Isola della Moda’<br />
<a href="http://www.isoladellamoda.net" target="_blank">www.isoladellamoda.net</a></p>
<p><strong>Johanna Riplinger</strong><br />
Director designer della brand Ethos Paris<br />
<a href="http://www.ethosparis.co" target="_blank">www.ethosparis.co</a></p>
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		</item>
		<item>
		<title>Nel Baule del Clown</title>
		<link>http://www.wit-mag.com/2009/09/nel-baule-del-clown/</link>
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		<pubDate>Fri, 18 Sep 2009 13:50:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articles]]></category>

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		<description><![CDATA[Stivali over-the-knee e alamari dorati, dettagli macro e colori shock. Un turbinio di floating confetti per una stagione invernale tutta felliniana, giunta fino a noi direttamente dalla Commedia dell’Arte...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stivali over-the-knee e alamari dorati, dettagli macro e colori shock. Un turbinio di floating confetti per una stagione invernale tutta felliniana, giunta fino a noi direttamente dalla Commedia dell’Arte.</p>
<p><strong>[a cura di Barbara Rossetti]</strong><br />
articolo tratto da <a href="../?p=911" target="_blank">.wit#13. Ramadan Issue </a></p>
<div id="attachment_976" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/MA_SS09_01.jpg"><img class="size-medium wp-image-976 " style="margin: 5px;" title="Manish Arora" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/MA_SS09_01-200x300.jpg" alt="Abito/giostra dalla collezione p/e 2009 di Manish Arora" width="200" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Abito/giostra dalla collezione p/e 2009 di Manish Arora</p></div>
<p>C&#8217;era una domatrice impavida e disinvolta fasciata nell&#8217;optical turbine bicolor (<strong>Alexander McQueen Resort</strong>), c&#8217;era l&#8217;equilibrista che portava il tuxedo e stava in bilico su glitterosi trampoli rosa (<strong>Nina Ricci</strong>), poi l&#8217;acrobata dalle ali dorate incastonata in un mirabolante &#8211; e futuristico, già che ci siamo &#8211; corsetto d&#8217;argento (<strong>Jean Paul Gaultier Couture</strong>). Oppure la clownessa di <strong>Louis Vuitton</strong>, intabarrata in un giacca naturalmente oversize e la novella Moira Orfei che troneggiava nella campagna di <strong>Marc Jacobs</strong> by Juergen Teller, col suo completino di un giallo ululante, gli occhi bistrati di azzurro e di nero e la solenne cotonatura nera stagliata sopra la fronte. Era tutto un sogno? Come nei film di David Lynch? Sì, ma un sogno ad occhi aperti, reale quanto vertiginoso. Quest&#8217;inverno tutti al circo. Abbiamo visto sulle passerelle a/i 2009-10 svariate tendenze: cappe, mantelle, spalle rigonfie, strappi, fiocchi, palette militari. Ora più che mai spiccano bottoni e alamari dorati, che punteggiano giacche avvitate di beatlesiana memoria e stivaloni over-the knee, mentre i punti di colore si impongono vivacissimi su un mare di black&amp;white. C&#8217;è poi chi si vota al tema, come il designer indiano <strong>Manish Arora</strong>, con una collezione che è una vera ode al mondo animale circense, coi suoi abiti zoomorfi e i volti delle modelle truccati con variopinte campiture, per non parlare delle gonne/giostra già presenti nella collezione p/e 2009. Che quello della moda sia un carosello, un luogo affollato di esseri particolari e curiosi, quel &#8220;carrozzone&#8221; tanto vicino al mondo circense, lo sospettavamo un po&#8217; tutti. Soprattutto dopo aver visto lo shooting di Steven Meisel per Vogue Italia Aprile 2007 <em>The Greatest Show on Earth</em>, in cui una mitologica Karen Elson dalla rossa chioma ammiccava in mezzo a saltimbanchi  e funamboli in un’epifania di floating confetti e insegne luminose squisitamente retro. Peraltro la stessa Karen non a caso compare in molti scatti del più ridondante e délabré dei fotografi: Tim Walker. E guardando indietro, praticamente non vi è stata stagione che non abbia visto almeno un hommage da parte di eminenze e trendsetter fashion. Le impressioni volumetriche dei modelli di <strong>Gareth Pugh</strong> a/i 2006, pioniere dell&#8217;inflatable-style made in UK, il vaporoso arlecchino di <strong>Christian Dior</strong> <strong>Couture</strong> a/i 2007, il ruffled clown rosa-shocking di <strong>Comme des Garçons</strong> p/e 2008 o ancora l&#8217;ipnotica installazione <em>Carousel</em> per la sfilata <strong>Chanel</strong> a/i 2008 al Grand Palais di Parigi, con le modelle gongolanti tra i macro dettagli. Ma sotto lo chapiteau a strisce</p>
<div id="attachment_975" class="wp-caption alignright" style="width: 235px"><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/2009-ToulouseLautrec-La-clownesse-assise-Amsterdam_c_Van-Gogh-Museum-Amsterdam.jpg"><img class="size-medium wp-image-975 " style="margin: 5px;" title="Toulouse Lautrec" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/2009-ToulouseLautrec-La-clownesse-assise-Amsterdam_c_Van-Gogh-Museum-Amsterdam-225x300.jpg" alt="Toulouse Lautrec, La clownesse assise, Amsterdam, Van Gogh Museum " width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Toulouse Lautrec, La clownesse assise, Amsterdam, Van Gogh Museum </p></div>
<p>sgargianti, da sempre si incontrano menti geniali &#8211; chi più, chi meno &#8211; di artisti irresistibilmente attratti dall&#8217;atmosfera gioiosa e malinconica del luogo provvisorio par excellence, simbolo dell&#8217;effimero e della dualità della vita: ridere/piangere, paura/stupore, lustrini/segatura.<br />
Nel bel libro di Arianna di Genova <em>Il circo nell&#8217;arte &#8211; Dagli arlecchini di Picasso al fachiro di Cattelan</em>, uscito pochi mesi fa per il Saggiatore, si analizza ogni singola molecola di questa eterna relazione, scandendone i periodi e le categorie figurative. Ad esempio l&#8217;opera picassiana di tutto il periodo rosa, e più tardi le scenografie e i costumi per <em>Parade</em> dei Ballets Russes. E ancora <strong>Edgar Degas, Joan Mirò, Henri de Toulouse-Lautrec,</strong> che erano assidui frequentatori del Cirque Fernando, poi Medrano. Spesso artisti, poeti d&#8217;avanguardia e performer circensi si frequentavano anche al di fuori dal &#8220;cerchio&#8221; ( figura da cui prende il nome latino) traendo da questo métissage continua e reciproca ispirazione. A seguire, i contemporanei <strong>Cindy Sherman, Maurizio Cattelan, Bruce Nauman, Ugo Rondinone, Matteo Basilè</strong>. E i molti registi, da <strong>Chaplin</strong> a <strong>Fellini</strong> passando per <strong>LaChapelle</strong>, tutti uniti nella fascinazione da freaks, clown, domatori, e infine, dagli altri grandi protagonisti: gli attrezzi di scena. Ed ecco i costumi. I vestiti dei performer circensi sono perenni elaborazioni di modelli archetipici: dai primi bustini edoardiani delle trapeziste con le calzamaglie bianche, alle giacche dei ringmaster ispirate al mondo equestre, alle declinazioni dei costumi clowneschi &#8211; sempre riferiti alla Commedia dell&#8217;Arte &#8211; che negli anni si arricchiscono di proprietà tecnologiche, docilmente piegandosi ai dettami della moda corrente. Nel caso delle donne, la corsetteria sarà il trait d&#8217;union dal 1870 ad oggi, intesa soprattutto come strumento di disciplina del corpo, corpo</p>
<div id="attachment_977" class="wp-caption alignleft" style="width: 137px"><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/PREAW09LOOK5_1.jpg"><img class="size-medium wp-image-977" title="Alexander McQueen" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/PREAW09LOOK5_1-127x300.jpg" alt="Abito in maglia a lavorazione jacquard Alexander McQueen precollezione a/i 2009." width="127" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Abito in maglia a lavorazione jacquard Alexander McQueen precollezione a/i 2009</p></div>
<p>che, inoltre, sempre di più viene scoperto. Adesso, aspettando le nuove, scoppiettanti scene e i costumi di <em>Alice in Wonderland</em> by Tim Burton, affiancato dalla fedele Colleen Atwood (costumista due volte Oscar), per scoprire le evoluzioni di questa estetica &#8220;nuoveau cirque&#8221;, ampollosa e barocca portatrice di nuove intersezioni che grazie ad un linguaggio immediato e magico continua a raccogliere proseliti, consoliamoci gustando le trasformazioni della supermodel Karmen Kass in un clown. Sublime e grottesco interprete delle collezioni moda invernali per Show Studio è Nick Knight con lo styling di Panos Yapanis per AnOther Magazine.</p>
<p><strong>.link</strong><br />
<a href="http://www.alexandermcqueen.com" target="_blank">www.alexandermcqueen.com</a><br />
<a href="http://www.ninaricci.com" target="_blank">www.ninaricci.com</a><br />
<a href="http://www.jeanpaulgaultier.com" target="_blank">www.jeanpaulgaultier.com</a><br />
<a href="http://www.louisvuitton.com" target="_blank">www.louisvuitton.com</a><br />
<a href="http://www.marcjacobs.com" target="_blank">www.marcjacobs.com</a><br />
<a href="http://www.manisharora.ws" target="_blank">www.manisharora.ws</a><br />
<a href="http://www.showstudio.com" target="_blank">www.showstudio.com</a></p>
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		</item>
		<item>
		<title>Esperando la ultima ola</title>
		<link>http://www.wit-mag.com/2009/09/esperando-la-ultima-ola/</link>
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		<pubDate>Thu, 17 Sep 2009 14:14:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La green vague della moda parte da Sud. Brasile, Messico, Cile, Colombia, Perù: è dall’America Latina che un’onda di stilisti e designer eco-friendly parla al fashion system di collezioni assolutamente eco, assolutamente chic...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La green vague della moda parte da Sud. Brasile, Messico, Cile, Colombia, Perù: è dall’America Latina che un’onda di stilisti e designer eco-friendly parla al fashion system di collezioni assolutamente eco, assolutamente chic.</p>
<p><strong>[a cura di Giulia Carcani]</strong><br />
articolo tratto da <a href="../?p=911" target="_blank">.wit#13. Ramadan Issue </a></p>
<div id="attachment_988" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/Carmen-Rion-3.jpg"><img class="size-medium wp-image-988" title="Carmen Rion" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/Carmen-Rion-3-200x300.jpg" alt="Un look Carmen Rion" width="200" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Un look Carmen Rion</p></div>
<p>L&#8217;eco-pensiero è la nuova cifra della moda sudamericana. Da Santiago a Lima, da Bogotà a Sao Paulo, una <em>green vague</em> si è diffusa tra atelier e laboratori contagiando stilisti e designer. Oggi i creativi della moda latinoamericana sono portabandiera di una rinnovata sensibilità ambientale: attraverso le loro creazioni comunicano un&#8217;attitudine eco-friendly che, dalle passerelle delle più importanti fashion week, si riversa nelle strade.<br />
Tra tutti, la nuova generazione di stilisti è la più attiva: sono cresciuti nel continente verde, quello con la più vasta foresta pluviale del pianeta, la più lunga catena montuosa, il più grande fiume in termini di portata d&#8217;acqua e il più alto numero di specie animali e vegetali già estinte altrove. Ora ascoltano l&#8217;affanno di una terra in apnea. E rispondono con la loro lingua, la moda. I loro abiti simboleggiano un cambiamento possibile: l&#8217;haute-couture abbraccia l&#8217;ecologia e non perde l&#8217;aura. È una conversione di massa che coinvolge i grandi nomi della couture sudamericana, un movimento internazionale capace di conquistare un pubblico mai così numeroso. Perché la vitalità tipica della moda latinoamericana non è annullata dalle colorazioni naturali dei tessuti e i materiali bio non impediscono la ricerca di nuovi equilibri e di inedite architetture sartoriali.<br />
La salvaguardia del pianeta attraverso un lifestyle eco-friendly è l&#8217;urgenza che ha spinto Oskar Metsavhat, medico quarantenne brasiliano, a creare <strong>Osklen</strong>, il marchio più hip di Rio de Janeiro, con oltre 40 milioni di dollari di fatturato l&#8217;anno e negozi in ogni continente. Il suo percorso verde inizia nel giugno del 2002, quando Metsavhat progetta e-brigade, movimento con il quale punta a diffondere tra i giovani uno stile di vita al contempo cool e rispettoso dell&#8217;ambiente. Poi è stata la volta di e-institute, nato grazie alla collaborazione con Unesco per promuovere lo sviluppo sostenibile, e infine di e-fabrics, marchio di materiali eco-compatibili come cuoio vegetale, tessuti derivati dalla plastica riciclata e lattice dell&#8217;Amazzonia. La moda Osklen, sulle passerelle della Sao Paulo Fashion Week dal 2003, promuove uno stile casual-chic 100% ecologico. Linee destrutturate e morbide per giacche e pantaloni, drappeggi iperfemminili e sovrapposizioni di linee, abiti oversize nei toni del grigio caldo e del nero sono i cardini della collezione A/I 09-10. Il tutto, <em>ça va sans dire</em>, in lana organica artigianale, pelle vegetale e resina. L&#8217;approccio eco alla moda contraddistingue anche il brand carioca <strong>Maria Bonita</strong>, insignito nel 2008 del Premio Moda Brasil per il miglior défilé dell&#8217;anno. I tessuti sono rigorosamente naturali e biologici, lino e cotone su tutti, lavorati per creare capi ibridi (vestiti-bermuda, camicie-grembiuli), forme nelle forme in un gioco tutto fashion. I capi Maria Bonita del prossimo A/I sono animati da geometrie di maxipixel, cerchi deformati e righe discontinue, mentre la giustapposizione dei colori (nuance dei neutri su una base uniforme di nero) dà vita a effetti pluridimensionali.</p>
<div id="attachment_989" class="wp-caption alignright" style="width: 235px"><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/green-vague_ao-ava.jpg"><img class="size-medium wp-image-989" title="Ao Ava" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/green-vague_ao-ava-225x300.jpg" alt="Tradizione e suggestioni moderne in un capo Ao Ava" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Tradizione e suggestioni moderne in un capo Ao Ava</p></div>
<p>Creatività, impegno sociale ed ecologico sono i must di <strong>Carmen Rion</strong>, stilista messicana attiva dal 1999. &#8220;Evito gli sprechi e per questo non taglio i tessuti (fibre naturali che acquista da cooperative di donne indigene del Chiapas e di Veracruz ndr)&#8221;, al contrario Carmen Rion costruisce abiti attraverso un funambolico impianto di pieghe e drappeggi. E se scarto deve essere, via al recupero: ispirazioni circensi guidano la mano della designer in un puzzle di scampoli per dare vita a creazioni colorate, originali e divertenti. Scanzonato è anche il nome della collezione A/I 09-10, &#8220;Primavera/Estate tutto l&#8217;anno&#8221;: in un gioco di forme instabili gli abiti &#8211; in garza seta e lino sovrapposti &#8211; mutano seguendo il movimento del corpo che li abita. Il tutto arricchito da prepotenti incursioni di raggi di colore per ricordare che l&#8217;estate è uno stato mentale. Una base di seta riciclata e alpaca naturale tessuta tradizionalmente caratterizza ogni collezione di <strong>Valeska Ravlic</strong>, cilena nonostante il nome. La sua è una visione che insegue dal 2000: combinare la tradizione tessile andina e le tendenze più hip della moda. Il risultato? Abiti dalle linee moderne e dal fascino antico, capi che conquistano un pubblico sofisticato sussurrando storie di comunità indigene che perpetuano e proteggono dall&#8217;oblio tradizioni secolari di artigianato. &#8220;I vestiti sono forti simboli identitari, scegliere i miei abiti significa farsi portatore consapevole di un messaggio di difesa delle tradizioni, delle culture e dell&#8217;ambiente&#8221; ci ha spiegato Valeska.<br />
Anche la designer colombiana <strong>Silvia Tcherassi</strong> confida nel potenziale comunicativo della moda e diffonde il suo eco-pensiero attraverso abiti <em>green</em> sia nella composizione che nell&#8217;immagine evocata. &#8220;La natura è da sempre la mia principale fonte di ispirazione nonché una componente chiave di ogni processo creativo&#8221;. Non a caso, per il suo debutto alla Milano Fashion Week nel 2003 Tcherassi ha presentato la collezione <em>In the woods</em>: le modelle, vestite 100% eco, hanno sfilato su una passerella che richiamava la trama della corteccia degli alberi. Un anno dopo, la stilista colombiana ha calcato per la prima volta le passerelle della Paris Fashion Week con la collezione<em> Mosaiques</em>: un défilé di abiti che ricordavano, nei tessuti come nelle forme, l&#8217;arte frattale di piante foglie e fiori. Anche per il</p>
<div id="attachment_990" class="wp-caption alignleft" style="width: 209px"><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/Green-vague_Valeska-Ravlic.jpg"><img class="size-medium wp-image-990" title="Valeska Ravlic" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/09/Green-vague_Valeska-Ravlic-199x300.jpg" alt="Valeska Ravlic" width="199" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Valeska Ravlic</p></div>
<p>prossimo inverno Silvia Tcherassi non smentisce la sua ispirazione eco: bando alle fibre sintetiche, tutti i capi sono realizzati con tessuti naturali e impreziositi da dettagli ipercolorati, fiori e farfalle stilizzati, realizzati con materiali di scarto delle collezioni precedenti.<br />
Il brand paraguayano <strong>Ao Ava</strong> ha sposato da tempo la filosofia del &#8220;Km 0&#8243;: ridurre il numero di chilometri necessari per il trasporto dei materiali consente una drastica diminuzione dell&#8217;inquinamento ambientale. Anche l&#8217;ultima collezione è interamente realizzata con fibre naturali provenienti esclusivamente dal Paraguay: lana e cotone organici certificati GOTS (Global Textile Organic Standards) coltivati e lavorati all&#8217;interno dei confini nazionali da comunità indigene che, così, mantengono in vita una forma di artigianato iniziata dagli Indios secoli fa. Infine il Perù, con <strong>Jenny Duarte</strong>: stilista prossima alla consacrazione internazionale dell&#8217;Ethical Fashion Show di Parigi, in programma dal 9 al 12 ottobre. A sfilare saranno abiti eterei e impalpabili in baby alpaca e lana di lama arricchiti da dettagli realizzati a mano. Capi unici, qualità top, produzione ecosostenibile. Very slow fashion.</p>
<p><strong></p>
<p>.link</strong><br />
<a href="http://www.osklen.com" target="_blank">www.osklen.com</a><br />
<a href="http://www.mariabonita.com" target="_blank">www.mariabonita.com</a><br />
<a href="http://www.carmenrion.com.mx" target="_blank">www.carmenrion.com.mx</a><br />
<a href="http://www.valeskaravlic.com" target="_blank">www.valeskaravlic.com</a><br />
<a href="http://www.silviatcherassi.com" target="_blank">www.silviatcherassi.com</a><br />
<a href="http://www.aoava.com" target="_blank">www.aoava.com</a><br />
<a href="http://www.jennyduarteperu.com" target="_blank">www.jennyduarteperu.com</a></p>
<p><strong>.dove</strong><br />
<strong>Osklen</strong><br />
Milano, Via di Porta Ticinese 24<br />
Roma, Via del Babbuino 52</p>
<p><strong> Maria Bonita</strong><br />
Rio de Janeiro, Rua Vinicius de<br />
Moraes 149, Ipanema<br />
Sao Paulo, Rua Oscar Freire 702</p>
<p><strong>Carmen Rion</strong><br />
Città del Messico, Michoacàn<br />
No. 30-A local 3</p>
<p><strong>Silvia Tcherassi</strong><br />
Bogotà, Carrera 12 No. 84-17<br />
Miami, 4101 Ponce de Leon<br />
Boulevard, Coral Gables</p>
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		<title>Jeremy Scott per adidas</title>
		<link>http://www.wit-mag.com/2009/05/jeremy-scott-per-adidas/</link>
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		<pubDate>Sat, 16 May 2009 15:49:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Jeremy Scott è l’Icaro della moda e sa volare. Con semplicità: gli basta disegnare ali ai lati di un paio di sneakers per librarsi in aria, così come gli è sufficiente immaginare l’Africa per esserci già. Quel continente nero che ha evocato con la collezione Originals by Originals...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>.wit</strong> incontra il designer americano <strong>Jeremy Scott</strong> che, alla sua seconda collezione per <strong>adidas</strong> <em>Originals by Originals</em>, ci spiega come mai in questo “post post post modern world” le capsule collection siano tanto comuni. Sono la risposta a bisogni sempre più specifici, l’esemplificazione di come il mondo attuale tenda a ricalcare con la maggior precisione possibile i desideri del consumatore. Con la sua, di proposta, lo stilista prova a creare un punto di incontro originale tra due mondi &#8211; quello sportivo e quello glam – ispirandosi all’Africa e a un sound HipHop…</p>
<p><strong>[a cura di Marzia Fossati]</strong><br />
articolo tratto da <a href="../?p=736" target="_blank">.wit#12. Roman Sunset Issue</a></p>
<p><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/07/scott2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-863" title="Jeremy Scott per adidas" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/07/scott2-231x300.jpg" alt="Jeremy Scott per adidas" width="231" height="300" /></a>“Una delle cento personalità più influenti del fashion system”. E se non bastasse l’autenticazione conferitagli dalla storica “80s Fashion Bible”, l’ormai estinto (e per questo ancor più autorevole) <em>The Face</em>, potremmo fare appello a un branco di barboncini rosa lanciati in missione in uno Spazio a tinte pop per la collezione <em>Happy Daze</em>. Oppure potremmo cercarne le prove in un fluttuante mondo di junk food antropomorfizzato, ritrovandoci avvolti in drappeggi di patatine fritte, strizzati in minigonne-hamburger e in corsetti di panna montata, con calorici bangles a forma di donuts ai polsi. Quello che troveremmo è Fantasia. Perché <strong>Jeremy Scott</strong> è l’Icaro della moda e sa volare. Con semplicità: gli basta disegnare ali ai lati di un paio di sneakers per librarsi in aria, così come gli è sufficiente immaginare l’Africa per esserci già. Quel continente nero che ha evocato per il prossimo autunno/inverno con la collezione <em>Originals by Originals</em> &#8211; tra safari e black music – e che si è concretizzato tanto nel <em>Giraffe Pullover Dress </em>quanto nel <em>Safari Jacket</em>, in nylon leggero, con stampe che rimandano ad una savana in versione cartoon.</p>
<p><strong>Come ti rapporti al concetto di “Originale”?</strong><br />
Diciamo che si tratta di qualcosa di mutevole, di un concetto che varia, che dipende sempre dal progetto a cui sto<br />
lavorando.</p>
<p><strong>In cosa è originale la linea che hai creato per adidas?</strong><br />
Senz’altro nel twist glamour che ho dato a capi prettamente sportivi, aggiungendo dettagli e idee tratti dall’evening-wear, ma anche pensando a tagli avant-garde per i tessuti tradizionali dello sportswear; il tutto cercando ovviamente di ricavare il meglio da entrambi i mondi che ho voluto far dialogare.</p>
<p><strong>Com’è avvenuto l’incontro con adidas?</strong><br />
È da diversi anni che collaboro con il brand per progetti più piccoli, dalla rivisitazione della forum (ndr. un classico modello di scarpe di ispirazione a basket della label) con la stampa dollaro &#8211; la money jacquard &#8211; alla tuta e alle scarpe del progetto <em>Adicolor Keith Haring</em>, passando attraverso tutta una serie di collaborazioni minori e non commercializzate.</p>
<p><strong>E poi è stata la volta di adidas Originals…</strong><br />
Sì, questa è la seconda collezione <em>Originals by Originals </em>che firmo e posso definire questo progetto come la naturale estensione della relazione di affetto e stima che intercorre ormai da tempo tra me e il marchio adidas.<br />
<strong><br />
Com’è il mondo di adidas Originals?</strong><br />
Eccitante.</p>
<p><strong>Perché?</strong><br />
Per il mix di tradizione, sport e cultura pop che porta con sé. Per il modo in cui il brand ha saputo radicarsi sempre più nel mondo musicale e nel guardaroba delle star.</p>
<p><strong>Come passi da questo mondo a quello della tua collezione di prêt à porter?</strong><br />
Con semplicità. Amo disegnare e non ci sono suddivisioni così nette nella mia testa. Il design è per me, sempre e comunque, un momento di creatività e di divertimento che scaturisce da un nucleo d’amore.<br />
<strong><br />
Qualche link tra l’uno e l’altro mondo?</strong><a href="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/07/scott1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-862" title="Jeremy Scott per adidas" src="http://www.wit-mag.com/wp-content/uploads/2009/07/scott1-218x300.jpg" alt="Jeremy Scott per adidas" width="218" height="300" /></a><br />
Direi nessun particolare punto di contatto, se non l’amore per la creatività stessa come comune denominatore. Per la mia ultima sfilata di prêt à porter ad esempio, mi sono ispirato alle figure di Minnie e Topolino, nulla che abbia quindi veramente a che fare con le mie proposte adidas, anche se per lo show avevo creato delle Mickey Mouse High Tops (ndr. delle scarpe da tennis alte fino alla caviglia) che credo produrremo anche per adidas.<br />
<strong><br />
Cosa ne pensi di tutto questo gran proliferare di capsule collection?</strong><br />
Credo che più scelte si abbiano a disposizione, meglio sia. Penso che la tendenza a soddisfare quanti più gusti specifici possibili sia una naturale inclinazione del mondo in cui viviamo.</p>
<p><strong>Com’è nata la tua ultima ObyO collection?</strong><br />
Ho pensato all’Africa e all’Hip Hop dei primi Anni Novanta. Quello che amava la sinergia tra lo stile africano tradizionale ed un mood più contemporaneo, urbano.<br />
<strong><br />
Perché proprio l’Africa?</strong><br />
È un luogo che mi ha sempre fatto sognare. Da tempo aspettavo l’occasione di creare una collezione ispirata a questa terra.</p>
<p><strong>Un’altra vittima del Mal d’Africa…</strong><br />
Non direi. In realtà non ci sono mai stato in Africa. Il tutto è semplicemente frutto della mia immaginazione.<br />
<strong><br />
Oltre ad un’Africa ipotetica, la presenza tangibile, reale, della musica.</strong><br />
Sì, la amo: è per me fonte inesauribile di ispirazione.</p>
<p><strong>Qualche preferenza da dichiarare?</strong><br />
Prediligo il pop, ma ascolto di tutto. Seguo e adoro l’Hip Hop fin dalla sua nascita e sono tutt’ora suggestionato dalle sue evoluzioni. Dolly e Kenny sono due dei miei cantanti country preferiti, mentre Taylor Swift sta iniziando a convincermi proprio ora.</p>
<p><strong>Pensavi a qualche “icona” in particolare, lavorando alla collezione?</strong><br />
Anche per questa collezione, ho continuato il dialogo con le popstar e il lavoro sui loro look. Generalmente comunque penso sempre a ciò che i miei amici gradirebbero indossare. Da Kanye (ndr. West) a M.I.A., passando per Björk, Madonna e Gaga: tutte persone che “vesto”, che mi circondano e sono parte della mia vita, per cui mi viene semplicemente naturale far riferimento a loro mentre creo.</p>
<p><strong>Il tuo pezzo preferito?</strong><br />
Li amo tutti! Personalmente sto indossando moltissimo i bondage track pants e la felpa TV color block. Ma vado molto fiero anche della minigonna TV color block: adoro quel capo.<br />
<strong><br />
Qualche suggerimento di styling per questi pezzi?</strong><br />
Sono capi da abbinare tanto al jeans preferito, quanto ad un paio di tacchi alti. Ma anche a dei pantaloni tuxedo forse? Ciò che veramente conta è indossare questi abiti sentendosi al meglio.</p>
<p><strong>Quanto conta il ruolo delle celeb’ per promuovere una collezione di questo tipo?</strong><br />
Che dire? I personaggi famosi sono da sempre un veicolo fondamentale per promuovere nuove idee, nuovi look e tendenze. Sono come dei maxi-amplificatori proiettati verso il mondo.</p>
<p><strong>Ma? Perché c’è sempre un “ma”…</strong><br />
Ma la vera novità è il ruolo svolto dalla gente comune, dai ragazzi di tutto il mondo che scelgono i capi che disegno per adidas e che, ispirandosi gli uni agli altri, li diffondono all’interno di un movimento che posso con fierezza definire “popolare”.</p>
<p><strong>Nella moda, ma anche in senso più generale, a che punto siamo?</strong><br />
Abbiamo visto così tanto e accumulato così tanti riferimenti e così tante reazioni a questi riferimenti al punto da trovarci a vivere in una realtà costituita da molteplici stratificazioni di senso. Qui ci troviamo al giorno d’oggi. In un mondo che io chiamo post post post moderno e al quale aggiungeremo presto l’ennesimo “post”&#8230;</p>
<p><strong>.link</strong><br />
<a href="http://www.adidas.com" target="_blank">www.adidas.com</a><br />
<a href="http://www.jeremyscott.com" target="_blank">www.jeremyscott.com</a></p>
<p><strong>.dove</strong><br />
40 Gradi, Roma<br />
Slam Jam, Milano, Roma, Ferrara<br />
10 Corso, Como Milano<br />
Luisa Via Roma, Firenze<br />
Penelope Boys Loft, Brescia<br />
Simeone, Crema<br />
Follifollie, Mantova, Bologna<br />
Tiziana Fausti, Bergamo<br />
La Fabbrica, Terni<br />
De Liberti, Napoli<br />
Slash, Treviso<br />
Penelope Boys, Napoli</p>
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