Punk ora è attuale. Il nero sembra la nuova ossessione. Una sorta di contagio perturbante.
Un vento dark che ci riporta lontano, fino allo sguardo di “Jubilee” di Derek Jarman. Cacciatore di tendenze e involontario cool hunter, ha filmato e catturato in anticipo i colori e le forme delle prime atmosfere delle punk culture.
[a cura di Paola Maddaluno]
articolo tratto da .wit#14. Hypotenusa Issue
È l’Inghilterra degli Anni Settanta. Protagonista un solo slogan: “No Future”, coniato dai Sex Pistols per esprimere la sintesi, la confusione e infine la sparizione del confine tra passato e presente. Una pellicola dura e respingente animata dal vivace ritmo di balli e di canti, dal susseguirsi di abiti eccentrici e bizzarri, di confezioni tessili insolite, di acconciature vaporose dai toni vivacissimi, di capelli rasati e accessori preziosi. Un’estrosità che annuncia l’arrivo dei Punks, i quali – anarchici e nichilisti – privano gli oggetti della propria identità, dei propri codici. Si divertono a violentarli, a modellarli. Mescolano e sommano tracce contrastanti. Operano come bricoleurs, impegnati a integrare oggetti di varia provenienza, producendo una semiotica nuova rispetto a quella abituale. Ciò implica che, come è stato messo in evidenza da Alberto Abruzzese, “il maquillage prescelto dai Punks è interamente comprensibile calandosi nel gran bazar delle merci” in quanto, “ogni merce viene a far parte del corpo, lo penetra, vi convive”. Questa decorazione del corpo non è più travestimento, maschera, simulazione: “allude piuttosto alla mutazione. Il corpo fa proprio l’universo delle merci”. Questa filosofia fa dei Punk una vera cultura underground caratterizzata da sovrapposizioni stilistiche – decorazioni primitive con giubbotti di pelle Anni Cinquanta, tagli futuristici con scarpe a punta stile teddy, pizzo imbastito nella plastica – e da un look provocante e aggressivo fatto di abiti in pelle nera disseminati di borchie e spille da balia, make-up forti, skulls e icone religiose. Una pluralità assolutamente coerente di geometrie e di stoffe: elementi espressivi attraverso i quali ciascun membro della community può dialogare con gli altri e attribuire un significato unitario alle proprie esperienze.
Jarman con la sua cinepresa ha raccolto le voci di un tempo mentre Derek Ridgers ha immortalato le evoluzioni di un’epoca. Famosa una sua foto, scattata alla fine degli anni Ottanta: è il volto di un punk con pettinatura disegnata da coni simmetrici fissati con vasellina, bomber in pelle scura con dettagli d’acciaio, bavero adornato di pins dai più svariati motivi grafici, collana d’oro con un pendente a forma di crocifisso e un rosario indossato a mo’ di orecchino. L’attenzione si focalizza sull’originalità del trucco. Eyeliner spesso, che circoscrive il contorno occhi fino a congiungersi con l’estremità della sopracciglia. Una sorta di tatuaggio facciale. Un intervento che ricorda le manie tipiche della body art.
Muovendo dagli scatti di Ridgers, nello stesso periodo, ci si ritrova a Londra. Ambiente medievale, scuro, quasi demoniaco. In bilico tra gli incubi narrati da Edgar Allan Poe e le vicende compiute da Dracula si traccia l’inizio di un nuovo mood. Nascono i Goths che, ossessionati dal nero, aderiscono a un’architettura del vestiario di impronta vittoriana, composta dai decori dei merletti e dalla spigolosità dei pizzi. Ridgers ritrae due donne appoggiate al muro di una casa e immobili su dei gradini. Hanno il viso bianco gesso, ombretto color porpora, capelli raccolti in fasce e nastri annodati. Sguardi persi nel vuoto, seri, distratti. Mode che si sono contaminate. Avvicinandosi, hanno determinato altre mode. Allontanandosi, hanno dettato le norme del comunicare oggi. Una fusione ardita che sembra emergere, con disinvoltura, nello shooting immaginato da Tim Burton, in collaborazione con il fotografo Tim Walker, per il numero di Halloween (ottobre 2009) della rivista Harper’s Baazar. Atmosfere cupe attingono alla magia delle fiabe di Burton, da Edward Scissorhands alla sua Corpse Bride: tra prati riarsi e rose rosse languide e decadenti si collocano modelle d’allure dark, in un allestimento ricco di scheletri, bendaggi e gramaglie. Dallo street style al fashion queste interazioni hanno anche invaso altri linguaggi contemporanei, in primo luogo l’arte.
Basta guardare il lavoro di Damien Hirst o di Jan Fabre. Definiti accademici borghesi in un recente articolo pubblicato sul Corriere della Sera da Vincenzo Trione “le opere dei pompiers del Duemila sono cifre di un kitsch che, riportato attraverso soluzioni monumentali, esibisce arroganza e provocazione”. Sono aspetti che si ritrovano in entrambe le subculture, accomunate da un costante e fedele utilizzo del nero. Agli antipodi del nero minimalista, tipico di molti stilisti giapponesi che ne hanno valorizzato l’aspetto pudico, l’ eleganza e la ricercatezza, è il nero feticcio: aggressivo, a tratti violento, spesso respingente. Portavoce in tal senso è il lavoro di Gareth Pugh: “the mad prince of British fashion” colpisce per il fanatismo delle proporzioni e per la difesa dell’hand-made.
Il suo approccio è un’appassionante alchimia di omaggi agli scenari cinematografici, di riferimenti all’ arte contemporanea, di risonanze emotive della moda di Alexander Mc Queen, John Galliano, Hussein Chalayan. Un interrotto studio sulle metamorfosi formali. Sperimentazioni sui materiali, riutilizzo di processi artigianali armonizzati secondo innovative regole di sintassi estetica e culturale. Nell’ultima collezione primavera/estate 2010 parigina, Pugh immerge il suo lavoro in un clima tetro. Protagoniste sono le tonalità del nero. Con disinvoltura scompone questa cromia, come se fosse un oggetto, una “merce”. Propone le sfaccettature tessili del grigio. Alterna tagli spigolosi a stoffe sfrangiate. Intreccia trame di cotone con trame di pelle, di velluto, di garza. Sveste e riveste spessori materici. Circoscrive la coerenza stilistica all’interno di geometrie perfette. Questo atteggiamento up to date sottolinea con gran forza la lontananza dagli schemi del nero basico, per aderire al nero feticcio. Una scelta che accomuna, con differenti lemmi, la moda di Pugh a quella di Rick Owens. Influenzato dai segni della Decadence Holliwoodiana, lo stilista californiano ingabbia il suo stile in una griglia “neo-gotica”, proponendo una nuova tendenza in grado di accordare le opposizioni di uno stesso colore. Per la linea autunno/ inverno 2009-10 elabora con maestria le forme tipiche del suo lavoro. Con consapevolezza rara, coniuga fenditure asimmetriche con fenditure simmetriche. Unisce tessuti diversi, dalla pelle, al cotone, passando per la lana, creando un dinamico equilibrio. L’eleganza di origami disegnati dialogano con la morbida aggressività dei cosciali e dei guanti in pelle nera. Owens sembra coniugare due volti del nero.
Ai confini con il nero minimalista, va la ricerca compiuta da Bruno Pieters: la sua donna umanoide sfoggia un nude-look poetico e silenzioso, cadenzato da trasparenze e da pieghe che lasciano intravedere in piccoli pertugi la sinuosità del corpo. Sulle passerelle primavera/estate 2010 Pieters lancia una silhouette dall’immagine eterea, intatta, candida. Da una parte mostra con delicatezza le nuance del bianco e del rosa, dall’altra parte con fasce drappeggiate più arroganti e incisive sperimenta la compiutezza del nero. Tutto avviene in una dimensione celestiale. A predominare è la leggerezza, come la scarpa in pvc, che suggerisce realtà lontane. Una carrellata di esempi stilistici per capire come il nero può assumere personalità eterogenee. Può essere l’elemento distintivo di subculture. O interprete di logiche di mercato. O l’attore principale di una stagione, di una tendenza. Di sicuro, per riprendere un’espressione di Yohji Yamamoto, “il nero è l’unico colore in grado di controllare l’ordine astratto della moda”.