Henrik Vibskov

Suona la batteria con Trentemøller. Crea un progetto totalmente basato sulla Fringe assieme al suo amico graphic designer Andreas Emenius. Presenta la sua ultima collezione in una foresta con modelle che portano a spasso Asini. .wit magazine chatta con Henrik Vibskov, la personificazione del fashion design contemporaneo…

[a cura di Marco Pecorari]
articolo tratto da .wit#14. Hypotenusa Issue

Henrik VibskovL’appuntamento è fissato per le ore 18, su Skype. Alle 17.50 inizia a vibrare il computer. Henrik sta chiamando. Immancabile cappellino, camicia in denim che lascia sbirciare su una magliettina a righe rosse. In anticipo e disponibile: non proprio un comportamento da star-system. Lui si trova nel suo studio a Copenhagen e inizia a parlarci del nero-buio della capitale danese.

HV: Ormai alle 16 inizia già a diventare scuro. Però devo dire che mi piace camminare nel buio. Non sai mai cosa aspettarti.

Il buio è un’ottima tela scatenatrice di visioni…
HV: Potrebbe essere il buio, è vero…

E come sono iniziate queste “passeggiate nel buio”?
HV: Beh, fin da piccolo ero abituato a giocare da solo. Ho due fratelli più grandi di qualche anno, quindi mi sono sempre abituato a vivere di costruzioni fantastiche.

Una fantasia puerile che si tramuta naturalmente in irrealtà mature?
HV: Nel mezzo c’è stata la mia educazione. Ho tentato di studiare ingegneria delle costruzioni ma era troppo noioso, così ho preferito il design.

Design prima di sfociare nella moda.
HV: Sì. La moda è arrivata solo quando mi sono iscritto alla Central Saint Martins.

E tutto grazie a una donna…
HV: Diciamo che una donna mi ha dato una mano. L’ho conosciuta a una festa. Era eccezionale, così ho iniziato a parlarle: lei stava andando a Londra, alla Central Saint Martins. Ed io ho replicato: “Ah sì? Anch’io!”. Non sapevo neanche cosa fosse…

Quando si dice amore a prima vista…
HV: Macché! Però alla fine mi è stata sicuramente d’aiuto, anche se, anche lì, ho rischiato di non entrare…

Anche?
HV: Beh, mi era già capitato. Alla Danish School of Design, per colpa di un cetriolo liquido non sono passato.

Un cetriolo liquido?
HV: Esatto. Era il mio portfolio. Purtroppo è esploso, bagnando tutti i portfolio degli altri studenti. Così alla Central Saint Martins ho deciso di presentare qualcosa di più classico: disegni di statue greche ritratte in un museo antico di Copenhagen e qualche altro collage.

E stavolta ha funzionato…

HV: Sì, stavolta sì! E così ho iniziato a lavorare sul menswear. All’inizio volevo quasi mollare, ma i professori hanno iniziato a convincermi che non andavo poi così male.

La tua collezione finale Pigs Colletion ha avuto un grande successo…Henrik Vibskov
HV: Era ispirata alla simbologia religiosa del maiale, ma era anche un po’ autobiografica. Io vengo da un paesino danese pieno di maiali. L’ho creata in pochissime settimane, perché poi dovevo partire per un tour con la mia band del tempo.

Musica e Moda o Moda e Musica?
HV: La Musica viene prima, cronologicamente. Suono la batteria da quando avevo tre anni. Ho sempre fatto parte di una band. A Stoccolma, a Londra e ora di nuovo Stoccolma.
(Henrik si alza e inizia a fumare, portandoci in giro all’interno del suo laboratorio)

Non solo, stai girando parecchio anche con Trentemøller …
HV: Sì, stiamo lavorando assieme. Una bella collaborazione dove mi diverto, a volte, anche a organizzare performance scenografiche per il palco. Ora, per esempio, sto lavorando per il “Roskilde Festival” (Danimarca) che si terrà il prossimo 2 luglio.

Come ci si accorge di essere diventati “famosi”? Quando si ha un flagship store?
HV: Non credo sia importante essere riconosciuti. E per la verità il mio è non è un flagship store, ma un multi-brand. Ho due negozi, a Oslo e a Copenhagen, per i quali scelgo personalmente le marche; parallelamente alla vendita curiamo anche un blog. Sono tutte attività interessanti, però non credo che un negozio possa essere un momento di consapevolezza.

E come si ha questa consapevolezza?
HV: Per me è venuto tutto un po’ inaspettatamente. Dopo la mia prima collezione tutti mi chiedevano di rilasciare interviste e di fare mostre. Ero richiesto, ma non guadagnavo molto. Poi ho iniziato a carburare e se vuoi sapere in quale momento me ne sono reso conto, ti direi quando sono andato a Parigi per fare qualcosa al Palais de Tokyo.

Cosa hai fatto?
HV: Era una delle prime volte che organizzavo uno show su Parigi, mi sembra fosse nel 2003. Ero ad una festa con amici, e parlando con Diane (Pernet, ndr) le ho detto che avevo un appuntamento con il direttore del Palais de Tokyo. ‘Però Henrik, iniziano a muoversi le cose per te’ mi disse lei. Io non sapevo bene cosa fosse il Palais de Tokyo, finché non mi ci sono recato – fogliettino con indirizzo alla mano. Leggevo i numeri civici: palazzo per palazzo…

E quando ti sei accorto che mancava un numero…
HV: Non mi aspettavo tanta fisicità! Entro e mi portano all’ultimo piano, dove incontro il direttore che mi dice: Hai cinque minuti, cosa vuoi fare?

E tu?
HV: Una casa. E il Direttore mi dice che va bene. Ecco, lì ho capito che iniziavano ad andare bene le cose per me.

Una casa all’interno del Palais de Tokyo. Componi sempre scenografie spettacolari! Come per l’ultima passerella parigina…

HV: The Solar Donkey Experiment è un esperimento sulla combinazione. Di colore: nero e rosso. E di oggetti: ombrello e fringe (frangia).

Mantenendo la solita corrispondenza tra uomo e donna.
HV: Sì, non vedo grosse differenze e mi sembra di mostrarlo.

Questa collezione è stata raccontata anche tramite una performance outdoor. Quanto è importante la dimensione performativa per la comprensione dei tuoi lavori?
HV: Per me è importante come forma di espressione. Ho sempre cercato questa dimensione, con cui mi trovo molto a mio agio. Il mio è un Universo che ha bisogno di questo genere di dimensioni. Non distinguo le cose. Un esempio è The Fringe Projects 1-10.

Come è nato questo progetto?
HV: È un progetto in collaborazione con il graphic designer Andreas Emenius. La Fringe è il luogo d’incontro tra me e Andreas. Rappresenta il luogo comune delle opere. Una costante matematica.

Henrik VibskovMa in cosa consiste?
HV: Sono dieci progetti: una birra con le frange, una sedia con le frange, una copertina per un magazine… Progetti autonomi, ma legati l’uno all’altro.

Il progetto è stato esposto anche presso il museo Zeeuws Museum di Middelburg in Olanda…
HV: Sì. Siamo immensamente grati al museo, che ha permesso anche l’ultima fase del Fringe Project, ovvero il libro Fringe Projects 1-10. Inoltre è stata l’occasione di raggruppare tutti e dieci i progetti. Dalle sedie alle birre, dal fashion film alla scultura/poster dove appariamo in tutine a pois gialle e nere. La macchina poi è stupenda…

Con questo progetto avete fatto tappa anche a Milano.

HV: Sì, nell’Aprile 2008, presso il Grand Danois durante la Design Week. Abbiamo fatto l’installazione del Project 7: una parete con frange rotanti. I bambini si sono divertiti un sacco, ed è stato per noi motivo d’orgoglio. I bambini sono i migliori critici.

Ci saranno altre tappe in futuro?
HV: La mostra Graphic Experiments al Kunsthal Brænderigården (Viborg, Danimarca).

La grafica rappresenta un aspetto fondamentale per la tua moda.
HV: Ho avuto una formazione grafica e credo sia evidente.

Non solo nelle installazioni. Anche durante i tuoi show, non abbandoni la tua attitudine costruttivista.
HV: Lo show è una dimensione importante nella moda. Devi riuscire a catturare l’attenzione di chi ti guarda, devi riuscire a vendere e a lasciare il segno. Tutto in venti minuti.

Allora diciamo che le tue installazioni ti aiutano un poco. Come nascono?
HV: Sono delle idee personali. Ad esempio la primavera/estate 08 – The fantabulous music bicycle factory – è stata un’idea che coltivavo da tempo. Ho creato delle biciclette speciali che generavano rumori e suoni. Creazione fisica di musica.

Nell’ autunno/inverno 09/10 – The Humen Laundry Service – c’è un fortissima simbologia e ancora una volta donna e uomo non si distinguono.
HV: È una mia idea. Utilizzo dei dispositivi per ingabbiare le disuguaglianze. Cappelli, Parrucche, Maschere. Però non credere che non conosca la differenza tra donna e uomo…

www.henrikvibskov.com
www.henrikvibskovboutique.com

One Response to “Henrik Vibskov”

  1. marella80 says:

    Adoro Vibskov in italia non si trova facilmente è una linea molto particolare ma stupenda…guardate la collezione…ho di recente scoperto che fortunatamente qualche negozio tiene Vibskov ve ne segnalo uno molto interessante ci sono stata la scorsa settimana..si chiama CLEOFE Concept Store si trova a Cremona citta molto carina..vi lascio anche il sito http://www.cleofe.it date un okkiata..

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