Stivali over-the-knee e alamari dorati, dettagli macro e colori shock. Un turbinio di floating confetti per una stagione invernale tutta felliniana, giunta fino a noi direttamente dalla Commedia dell’Arte.
[a cura di Barbara Rossetti]
articolo tratto da .wit#13. Ramadan Issue
C’era una domatrice impavida e disinvolta fasciata nell’optical turbine bicolor (Alexander McQueen Resort), c’era l’equilibrista che portava il tuxedo e stava in bilico su glitterosi trampoli rosa (Nina Ricci), poi l’acrobata dalle ali dorate incastonata in un mirabolante – e futuristico, già che ci siamo – corsetto d’argento (Jean Paul Gaultier Couture). Oppure la clownessa di Louis Vuitton, intabarrata in un giacca naturalmente oversize e la novella Moira Orfei che troneggiava nella campagna di Marc Jacobs by Juergen Teller, col suo completino di un giallo ululante, gli occhi bistrati di azzurro e di nero e la solenne cotonatura nera stagliata sopra la fronte. Era tutto un sogno? Come nei film di David Lynch? Sì, ma un sogno ad occhi aperti, reale quanto vertiginoso. Quest’inverno tutti al circo. Abbiamo visto sulle passerelle a/i 2009-10 svariate tendenze: cappe, mantelle, spalle rigonfie, strappi, fiocchi, palette militari. Ora più che mai spiccano bottoni e alamari dorati, che punteggiano giacche avvitate di beatlesiana memoria e stivaloni over-the knee, mentre i punti di colore si impongono vivacissimi su un mare di black&white. C’è poi chi si vota al tema, come il designer indiano Manish Arora, con una collezione che è una vera ode al mondo animale circense, coi suoi abiti zoomorfi e i volti delle modelle truccati con variopinte campiture, per non parlare delle gonne/giostra già presenti nella collezione p/e 2009. Che quello della moda sia un carosello, un luogo affollato di esseri particolari e curiosi, quel “carrozzone” tanto vicino al mondo circense, lo sospettavamo un po’ tutti. Soprattutto dopo aver visto lo shooting di Steven Meisel per Vogue Italia Aprile 2007 The Greatest Show on Earth, in cui una mitologica Karen Elson dalla rossa chioma ammiccava in mezzo a saltimbanchi e funamboli in un’epifania di floating confetti e insegne luminose squisitamente retro. Peraltro la stessa Karen non a caso compare in molti scatti del più ridondante e délabré dei fotografi: Tim Walker. E guardando indietro, praticamente non vi è stata stagione che non abbia visto almeno un hommage da parte di eminenze e trendsetter fashion. Le impressioni volumetriche dei modelli di Gareth Pugh a/i 2006, pioniere dell’inflatable-style made in UK, il vaporoso arlecchino di Christian Dior Couture a/i 2007, il ruffled clown rosa-shocking di Comme des Garçons p/e 2008 o ancora l’ipnotica installazione Carousel per la sfilata Chanel a/i 2008 al Grand Palais di Parigi, con le modelle gongolanti tra i macro dettagli. Ma sotto lo chapiteau a strisce
sgargianti, da sempre si incontrano menti geniali – chi più, chi meno – di artisti irresistibilmente attratti dall’atmosfera gioiosa e malinconica del luogo provvisorio par excellence, simbolo dell’effimero e della dualità della vita: ridere/piangere, paura/stupore, lustrini/segatura.
Nel bel libro di Arianna di Genova Il circo nell’arte – Dagli arlecchini di Picasso al fachiro di Cattelan, uscito pochi mesi fa per il Saggiatore, si analizza ogni singola molecola di questa eterna relazione, scandendone i periodi e le categorie figurative. Ad esempio l’opera picassiana di tutto il periodo rosa, e più tardi le scenografie e i costumi per Parade dei Ballets Russes. E ancora Edgar Degas, Joan Mirò, Henri de Toulouse-Lautrec, che erano assidui frequentatori del Cirque Fernando, poi Medrano. Spesso artisti, poeti d’avanguardia e performer circensi si frequentavano anche al di fuori dal “cerchio” ( figura da cui prende il nome latino) traendo da questo métissage continua e reciproca ispirazione. A seguire, i contemporanei Cindy Sherman, Maurizio Cattelan, Bruce Nauman, Ugo Rondinone, Matteo Basilè. E i molti registi, da Chaplin a Fellini passando per LaChapelle, tutti uniti nella fascinazione da freaks, clown, domatori, e infine, dagli altri grandi protagonisti: gli attrezzi di scena. Ed ecco i costumi. I vestiti dei performer circensi sono perenni elaborazioni di modelli archetipici: dai primi bustini edoardiani delle trapeziste con le calzamaglie bianche, alle giacche dei ringmaster ispirate al mondo equestre, alle declinazioni dei costumi clowneschi – sempre riferiti alla Commedia dell’Arte – che negli anni si arricchiscono di proprietà tecnologiche, docilmente piegandosi ai dettami della moda corrente. Nel caso delle donne, la corsetteria sarà il trait d’union dal 1870 ad oggi, intesa soprattutto come strumento di disciplina del corpo, corpo
che, inoltre, sempre di più viene scoperto. Adesso, aspettando le nuove, scoppiettanti scene e i costumi di Alice in Wonderland by Tim Burton, affiancato dalla fedele Colleen Atwood (costumista due volte Oscar), per scoprire le evoluzioni di questa estetica “nuoveau cirque”, ampollosa e barocca portatrice di nuove intersezioni che grazie ad un linguaggio immediato e magico continua a raccogliere proseliti, consoliamoci gustando le trasformazioni della supermodel Karmen Kass in un clown. Sublime e grottesco interprete delle collezioni moda invernali per Show Studio è Nick Knight con lo styling di Panos Yapanis per AnOther Magazine.
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