IUAV Design Moda per Arto Lindsay

“E lei ha giurato di vendicarsi dell’assassino. Travestita da un enorme serpente, scivolava tra le gambe degli uomini  e quando vide Ajuru abbassarsi nella foresta per fare I suoi bisogni, dall’odore Mucurana ha capito che il cibo che Ajuru defecava era diverso E ci ha messo poco a riconoscere nelle feci l’odore della carne di suo figlio. Inviperita, Mucurana è balzata su Ajuru e li ha dato un morso talmente forte da strappargli un pezzo di carne”

da Meu Destino è Ser Onca, Alberto Mussa.

Invece di raccontare di madri che riconoscono figli sacrificati dall’odore degli escrementi di un dio, lo facciamo suonare, o risuonare tra le pareti dell’abito metamorfico, un volume che assomiglia più a una nuvola che ad un animale, nonostante la prima trasformazione che ci ha ispirato è quella dello sciamano, al centro del rito, che diventa un rapace.
Di riti si tratterà, e verranno ballati, e sui ritmi ci stiamo concentrando. Il progetto di un abito spesso è questione di ritmo, di volume, tanto come scopriamo, in questo primo incontro con Arto Lindsay, che il disegno di un mondo musicale è fatto di colori e di forme.
Stiamo facendo mondi, il suggerimento arriva direttamente agli altri artisti, dal titolo di questa Biennale “Fare Mondi”. Arto ha uno spirito chiaro, ironico e intelligente: sulla sua opera ha le idee chiaramente confuse e siamo subito d’accordo. Mi mette a mio agio la sua capacità di confondere, Andrea (Lissoni, il curatore n.d.r.) mi aveva messo in guardia su questo e io mi ero fregata le mani: l’opportunità di lavorare con una persona che sa leggere le frasi contorte o le macchie di marmellata, che gli risuonano come degli agganci poetici e non come dei passi falsi. Metodologie insapute, divertimento, appunti circolari, gesti e suoni, più che altro.

La nostra comunicazione infatti tanto si basa su quello: sono bastati i primi sketchbook dei ragazzi del nostro Corso di Laurea che hanno saputo lavorare a questo progetto: Arto, al nostro secondo incontro, li sfogliava aperto, e mischiava il suo stupore al nostro, rendendocelo, arricchito di effetti. Tanto da perderci molto spesso su sentieri che non sarebbero dovuti essere battuti, proprio lì, in quell’occasione, in quel luogo: alla Fondazione Buziol, sul canal grande, a qualche settimane dall’ inaugurazione dell’ unica opera pubblica tra le opere in concorso alla 53° Biennale di Venezia, il Multinatural (Blackout) di Arto Lindsay.
Difficile per me trattenere quell’entusiasmo di quando hai di fianco un artista che conosci come colui che può, toccando la chitarra, drogarti di quella sensazione che non vorresti finisse mai. Che cosa dici quando lo incontri per la prima volta? Vorresti saperlo dire ma rimani in ascolto. Questa cosa che lui ti fa perdere anche senza fare musica ti risulta nuova, e segui oppure no, i suoi discorsi e ne intervalli altri e sulle onde discontinue degli sguardi, disegni qualcosa su un foglio.
E’ questo che lui vuole da noi: abiti per 30 ballerini, 20 figuranti, e poi forse per qualcuno che all’ultimo momento vuole partecipare, preso dalla forza dell’inclusività. Dato tecnico: i ballerini devono potersi muovere tanto. E tutto, in questo mondo che distilla Arto, sarà Black. A parte il noise, che sarà White.
Me lo annoto: corpi neri, noise bianco. Poi ci annotiamo: tarahumara, Antonine Artaud, gesuiti. Primal dance. La ricerca partirà da questo. Non si riconoscerà tra le identità vestimentarie che verranno cuciti, la sfilata di Comme des Garcons che lui ci ha postato tre settimane più tardi. Tutti lo sapevamo che esisteva, come già esistevano gli alberi che hanno ispirato alcune forme, a dir poco, ben radicate.
I prototipi che i nostri migliori ragazzi hanno fatto per il terzo incontro, aiutano Arto a fare un passo successivo. In occasione della mostra nei locali della Fondazione, nei primi giorni di maggio, il work in progress dei progetti per Multinatural (Blakout), Arto è tornato a Venezia. Vedendo lo stato del lavoro, mette più a fuoco alcune volontà. Vuole che alcune identità risultino più sontuose: lavoriamo così sulla ieraticità di certe figure che lui trova interessanti nei disegni di alcuni dei nostri. In altri progetti c’è terra, sangue, urla, sogno, tratti di volti che diventano pieghe: le maschere non sono quelle carnevalesche e Bahia, presente nei racconti preliminari di Lindsay, per noi rimane qualcosa con cui armonizzare attraverso il conflitto.  Ci sono dei fuoriscala, suggeriti da lui sin da subito, che prendono forma per gioco. Qualcuno lavora con fili di midollino per  riprodurre, meno didascalici possibile, quei tratti che fanno dell’animalità un aspetto riconoscibile. Qualcun’altro lo fa con il feltro. I vuoti della spugna naturale, confine tra il mondo animale e il mondo vegetale, vengono ricreati in 3D, sulla superficie dell’abito.

Da quando è stabile a Venezia la frequentazione si è fatta sempre più intensa, tant’è che sul divano in seta verde del Palazzo veneziano che raccoglie i nostri sforzi, ci siamo scambiati dei post-it, sporcati con l’inchiostro di penne che lo perdevano, letti dei libri con le orecchie alle pagine fatte nelle notti di ricerca. I vestiti prendevano tutta la consistenza necessaria per performare tutte la nostra carica di ambizione. Arto è molto soddisfatto, si complimenta. Facciamo un’ultima riunione a cui sono presenti tutti quanti lavorano al progetto. Io rido molto, e quasi solamente per via del piacere generato dal movimento oscillatorio tra tensione e complicità di chi partecipa a uno sforzo comune.
La parata è stata 3 ore di pura energia il più possibile multinaturale. Todo mundo è indio exceto quem nao é: quadruplicando i sensi Lindsay leva la specifica contestuale ‘Em Brasil’ dalla frase  di un libro di Eduardo Viveiros de Castro e la fa stampare sulle magliette regalate alla gente del corteo.

Il 2 luglio, in occasione del nostro Open Day, “Collecting::Connecting 3“, andrà in mostra un terzo capitolo di questa esperienza, nella sede del Corso di Laurea in Design della Moda dell’Università Iuav di Venezia, in via Achille Papa 1, a Treviso.

01.07.2009
A cura di Amanda Montanari
Coordinatore didattico Iuav Design Moda
www.iuav.it

“Attenzione
Barboni, disoccupati, monelli, prostitute…
Profeti, affamati e indigenti
Togliete dall’immondizia
di questo immenso paese
i resti dei lussi…
Date forma alle vostre
fantasie
E venite a partecipare
a questo grandioso
“Bal Masqué”

Joaosinho Trinta

One Response to “IUAV Design Moda per Arto Lindsay”

  1. oscar says:

    Leggo solo ora, ad “annonuovogirato” Potere della PAROLASCRITTA, depositata e ritrovata. Tre ore di balli e magie in “black” dunque, lungo la Riva e molta gente coinvolta. Emozioni su emozioni e i bagliori della solita VENEZIA mai assente, pazientemente anche stavolta presente.
    E i giovani “artiuavcreattivi”, modelle e attori di se’ stessi mai stanchi e domi ma camminanti e recitanti.
    Il lavoro inscenato per la scena e nella scena al bordo dell’acqua …. riflessiva e riflettente : sagome, maschere, parole, voci, rituali, canti, musiche. Ma prima, prima, prima : incontri, revisioni, schizzi, correzioni,
    parole, confronti, bozze,prove, tagli, puzzle, collage, cuciture, assemblaggi e …. LIBERTA’ oltre che di immaginare, sopratutto di creare giustamente interpretando il GrandeArtista (che si e’ capito non comandava …. proprio nulla ma, abituato a creare, giocoforza lasciava fare). !
    E poi gli immancabili viaggi/carichi/trasbordi di persone e materiali in treno e la pioggia e il sole e il caldo e l’afa le mattine e le sere …. fino a quel grande unico spettacoloso pirotecnico pomeriggio, arrivato ed esploso in una leggera pioggerellina come in un libero “NON INCANTO”. O

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