Classe 1969. È il giapponese Jun Takahashi l’anima creativa della label di ricerca Undercover che dal 2002 sfila nel calendario della moda parigina. Tra street-couture e doll-making, .wit incontra l’ospite d’onore della settantaseiesima edizione di Pitti Immagine Uomo…

[a cura di Marzia Fossati]
articolo tratto da .wit # 11. Mou Issue
Jun Takahashi è un chirurgo. Utilizza ago e filo per cucire bellezza e stranezza insieme, rendendole una cosa sola. Il risultato è una serie di bambole, cosiddette Grace, espressione tangibile di suoi stati d’animo momentanei. Creature ibride tra il femminino e l’alieno. Prototipi di laboratorio. È grazie al doll-making che lo stilista può abbandonarsi
all’improvvisazione ed esprimere se stesso in modo istintivo, spontaneo.
Tutt’altra storia dalla pratica del far abiti. Nel lavoro del designer nipponico del resto, il focus è sul concetto, più che sul capo. Il fine ultimo quello di esprimere la dualità inevitabile di tutte le cose, di svelarne e al tempo stesso lasciarne celato il segreto, così come il nome stesso della label sembra suggerire. Alla vigilia del suo debutto fiorentino, .wit incontra il “nome” della settantaseiesima edizione di Pitti Immagine Uomo.
Vuoi darci qualche anticipazione sul tuo intervento a Pitti Immagine Uomo?
Posso dirvi che ci saranno tre momenti salienti: una vera e propria sfilata di moda maschile, una mostra di Grace e una live session che mi vedrà all’opera nel doll-making. Inoltre verrà proiettata l’animazione 3D della mostra Grace, anche se si tratta solamente di un video di pochi minuti.
Cosa ne pensi dell’Italia?
Non so spiegare bene il perché, ma mi sento molto rilassato quando sono in Italia.
E del “made in Italy” che ne pensi?
Prodotti di qualità superiore.
E la moda italiana?
Alcune cose – quelle caratterizzate da un design avant-garde – mi piacciono, altre non mi interessano affatto.
Come lavorate ad Undercoverlab?
C’è un forte lavoro di gruppo nel mio atelier. I nostri vestiti sono equiparabili ad un risultato di laboratorio, ottenuto dopo numerose sperimentazioni.
Cosa significa per te fare abiti?
Fare abiti è un lavoro di squadra. Si scelgono colori e materiali per ciascun modello, i modellisti gli danno forma e poi vengono creati i campioni. Gli ordini commerciali vengono presi proprio mostrando questo campionario. Occorrono tanti giorni e tante persone prima che i capi arrivino nelle mani dei consumatori finali.
E il significato del doll-making?
Al contrario del fare abiti, il dollmaking è per me un’arte improvvisa, attraverso cui posso mostrare agli altri quello che sto immaginando proprio in un preciso momento. In altre parole, si tratta di un’arte istintiva. Fare abiti e fare bambole sono due modi opposti per l’espressione del sé.
Le tue bambole Grace sono state protagoniste anche del womanswear primavera/estate 2009/10…
Si è trattato di un primo passo per provare ad evadere dallo stereotipo delle sfilate. Ho cercato un nuovo modo di presentare i miei capi, servendomi di manichini e di un’installazione fotografica per la quale mi sono avvalso della collaborazione di Katsuhide Morimoto. Tutta la collezione raccontava proprio la storia di queste creature, chiamate Grace, alle quali sto lavorando da parecchio tempo.

Il tuo doll-making sembra quasi un’operazione chirurgica…
Sì, sono d’accordo. Un’operazione chirurgica che racchiude al suo interno un rapporto sessuale, una fecondazione e la nascita di un bambino.
La nascita di Undercover risale al tuo periodo presso la Bunka Academy, quando eri ancora studente.
Collaborò al progetto anche un tuo compagno di corso, Nigo: lo vedi ancora?
Non ci vediamo spesso, ma siamo comunque buoni amici.
Che ne pensi della sua streetwear label A Bathing Ape?
Senz’altro Nigo ha molto talento, ma devo ammettere di non conoscere nei dettagli il suo brand.
Ci sono altri designer a cui ti senti vicino?
Sì. Nobuhiko Kitamura di Hysteric Glamour, Takahiro Miyashita di Number Nine e Daisuke Obana di Mister Hollywood.
Che cosa vi accomuna?
Spesso lavoriamo ed esponiamo il nostro operato insieme. In un certo senso ci sentiamo come membri di un medesimo team, è come se giocassimo nella stessa squadra.
Il tuo lavoro è fortemente intriso di musica…
Sarebbe meglio dire che, in generale, la musica è una componente essenziale del disegnare abiti.
L’ultimo concerto a cui sei stato?
Quello di David Byrne.
Parlaci della tua esperienza di special guest curator per A magazine.
È stato un compito duro, ma anche abbastanza eccitante. L’editing dell’intero numero è durato 3 mesi. Tutto il lavoro, dalla selezione dei contenuti e degli artwork alla scelta dei collaboratori, è stato per me un’esperienza incredibile.
Suzy Menkes ti ha definito l’essenza del cool giapponese. Cos’è cool per te?
La mia definizione di coolness è conoscere se stessi.
Sempre su di te è stato scritto che trovi la bellezza nella stranezza e la stranezza nella bellezza.
Ogni cosa, ogni emozione è sempre caratterizzata da due aspetti inversi correlati fra loro. È questo il concetto che voglio esprimere con tutto il mio lavoro.
Tra tutte le creazioni della tua vita, qual è quella che ami maggiormente?
I miei figli, Lala e Rin.
.dove
Undercover è l’ospite speciale della settantaseiesima edizione di Pitti Immagine Uomo. La sera di mercoledì 17 giugno, nella straordinaria cornice del Giardino di Boboli, il designer giapponese Jun Takahashi, creatore del marchio Undercover, presenta in anteprima assoluta la sua menswear collection S/S 2010. È la prima volta in assoluto che Undercover sfila in Italia. L’evento è un progetto della Fondazione Pitti Discovery.
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