L’Essere contemporaneo della Moda comporta una ribellione all’abito di ingranaggi costruito dalle settimane della moda. La Moda ricerca nuove forme di manifestazione. Possono i Festival, le Biennali e le Fiere, in quanto realtà performative, a soddisfare questa pulsione? .wit lo ha chiesto a chi cura queste manifestazioni, come Maria Luisa Frisa, direttore del Corso di laurea in design della moda, Università IUAV di Venezia, e Piet Paris, artistic director per l’Arnhem Mode; a chi le ospita, come Lapo Cianchi, segretario generale di Pitti Immagine, e Nicoletta Fiorucci, presidente di Alta Roma; e a chi vi partecipa, come il fashion designer Christian Wijnants, vincitore del Festival di Hyerès nel 2001.
a cura di Marco Pecorari
Ma per quale motivo le sfilate non bastano più a soddisfare le necessità della moda?
MLF: Direi che ormai con la moltiplicazione delle settimane della moda e degli eventi interessanti in tutto il mondo (come sta succedendo per le Biennali), tutto sta esplodendo. Appuntamenti come la settimana della moda di Milano, con i suoi rituali ripetitivi e antiquati, ci appaiono lontani e poco interessanti. La crisi economica che stiamo vivendo ci costringe a una diversa prospettiva e a una nuova profondità.
NF: Oggi, parlare di moda non vuol dire più unicamente mostrare un abito o una collezione, ma rappresentare ed indagare l’immaginario ispiratore e le dinamiche attraverso le quali esso diviene appunto cultura e sistema.
Quali altri scenari occupa la moda nelle sue manifestazioni?
MLF: Il Festival, per esempio, è uno di questi. È un luogo aperto con una dimensione popolare che serve ad avvicinare un pubblico vasto e variegato: tutti sentono di poter partecipare. La sua durata è condensata e in essa prevale la dimensione temporanea della conferenza/incontro con istanze divulgative. Poi ci sono altri generi come l’adunata, un rave stimolato dall’adrenalina dei processi creativi, oppure la Biennale.
PP: Queste che hai citato sono situazioni differenti e credo che la durata sia un criterio di distinzione. La Biennale è organizzata ogni due anni e questo permette un assorbimento dell’inutile e una conseguente presentazione del reale innovativo. La tempistica della Biennale è sicuramente una garanzia di “profonda digestione” delle tematiche della moda. Però, credo che il processo di manifestazione, appartenga anche a realtà diverse, dotate di registri divulgativi differenti…
LC: E la Fiera credo sia testimone di queste possibili diversità. Noi di Pitti Immagine abbiamo un’ambivalenza. Siamo una Fiera ma non parliamo di Fiera. Noi cerchiamo di far scattare l’Idea, o meglio la Visione – in senso letterale – secondo cui Pitti Uomo è un fatto di moda. Un solido ponte tra industria e fashion design.
Ma questo non è un manifestarsi della moda più “regolare” e cioè riconducibile alla classicità delle sfilate?
CW: Secondo me si. In quanto fashion designer devo sottolineare che lo spirito che percepisco in una manifestazione radicata nella quotidianità della moda, come la Fiera, è differente rispetto a una realtà estemporanea, come il Festival. Mi sembra logico. Nei festival l’approccio è meno aggressivo e molto più umano perché stai comunicando il tuo sentimento della moda in una forma meno legata al business.
LC: Beh, è evidente la differenza. Però non bisogna fermarsi a questo lato perché non è l’unico. Ad esempio, il compito di Pitti Immagine sta nell’agganciare il discorso sulla moda a quello della società. Nel far ciò uniamo una lunga lista di apparenti contrasti: la completezza enciclopedica e l’approfondimento del particolare, i numeri alti e la qualità, il conosciuto e l’inedito, il commerciale e il gratuito, l’esotico e il locale… È vero che siamo una “Certezza” della moda (ogni sei mesi), però nel far ciò non rinunciamo ad alcun strumento utile, dai più tradizionali ai più contemporanei. Abbiamo due linguaggi simultanei: dentro e fuori il salone (fashion show, special project, party, performance artistiche, mostre).
Quindi anche realtà istituzionali possono garantire il Manifestarsi del Nuovo.
MLF: Credo ci debba essere una relazione. Un Festival della moda, ad esempio, subisce la temporalità dei calendari della moda, se vuole contare anche sul pubblico degli addetti ai lavori. Fashion on Paper, il festival delle riviste indipendenti che io ho ideato, è promosso e si colloca in una manifestazione come Alta Roma che è già programmata seguendo i calendari delle sfilate. C’è una corrispondenza temporale.
LC: Per noi di Pitti Immagine uno dei punti di forza è essere l’appuntamento di apertura della stagione, quindi hic manebimus optime! Ora, non possiamo dire se in futuro dovremo seguire la velocità quasi stordente dei riassortimenti o aprire una fiera per ogni collezione che esce sul mercato, ma è anche vero che dovremo presto integrare il formato dell’esposizione con altri mezzi di informazione e promozione. Per adesso non subiamo né imponiamo tempi: siamo semplicemente sintonizzati con lo scorrere naturale del nostro artificialissimo mondo.
In pratica: seguire le tempistiche della Tradizione attraverso nuovi linguaggi scanditi dall’orologio del Contemporaneo.
NF: Si, perché la Tradizione convive con il Contemporaneo. E la moda è un chiaro esempio. Noi di Alta Roma ci rivolgiamo sempre con maggiore entusiasmo al panorama offerto dalle nuove generazioni, associando al suo ruolo storico legato alle grandi maison della haute couture italiana, l’attività di scouting principalmente incentrata intorno al progetto di Who Is On Next?. Questo concorso, creato in collaborazione con Vogue Italia e oggi giunto alla sua quinta edizione, rappresenta una piattaforma internazionalmente accreditata di visibilità e di concrete opportunità lavorative per i finalisti del concorso.
CW: Questi contest sono momenti fondamentali per i nuovi fashion designer. Tutti sanno che, quando si è agli inizi, è praticamente impossibile organizzare uno show in città come Parigi, Milano, New York. Così queste occasioni diventano il miglior veicolo per i nuovi talenti in cerca di un riconoscimento internazionale. È vero, credo che proprio i Festival, le Biennali o le Fiere (specialmente gli eventi correlati) servano, in forme differenti, un medesimo principio: proporre l’Innovativo.
LC: Attenzione, però, Nuovo e Innovativo non sono sinonimi. Noi, tramite la segmentazione del salone, la moltiplicazione dei progetti speciali e un approccio di tipo curatoriale alle richieste di partecipazione, riusciamo sia a valorizzare le “Innovazioni” di prodotto e di stile dei soggetti già consolidati, sia a far esordire davanti al mercato internazionale il cosiddetto “Nuovo”. Per questo è decisivo lo scouting che facciamo lungo tutto l’anno, girando il mondo per altre fiere, festival, sfilate, show room, cataloghi, piccoli negozi.
Come avvengono queste selezioni?
NF: AltaRoma è una grande vetrina di promozione e di ricerca e per questo può ospitare progetti di indagine. Noi cerchiamo un giovane creativo conscio del fatto che venendo a Roma non dovrà porre limiti alla sua presentazione, ma al contrario potrà dare il massimo in termini di spettacolarità alla sua performance. È in questa ottica che facciamo le selezioni.
CW: Io vedo l’altro lato della medaglia. Nel 2001, ho spedito alla giuria di Hyerès i figurini di 10 outfits e un capo realizzato. Poi, sono stato invitato a presentare un’intera collezione. Ho avuto solo due mesi per prepararla. Così ho presentato una metà brand new e una appartenente alla Graduation Collection che avevo presentato un anno prima alla Royal Academy of Antwerp, dove mi sono diplomato. È andata bene e ho vinto due premi: Grand Prix e Henri Benzel Prize. Anche questi aiutano: soldi e visibilità sono importanti in questo mondo. Questi contest sono dei momenti di confronto e incontro che ti aiutano a capire meglio la tua moda.
Ma la moda presentata in queste differenti manifestazioni è la medesima?
PP: Non credo proprio. Noi della Arnhem Mode Biennale lavoriamo su una scala di ricerca che si alimenta da diverse sorgenti. Noi analizziamo tutti i generi di moda: dal Haute Couture alla Street Fashion, dalla Moda classica alle costruzioni sperimentali. Noi scegliamo un tema (cfr. Happy-2007, Shape-2009) e poi cerchiamo di indagarne le diverse interpretazioni avvenute negli ultimi due anni: tutte le sue traslazioni, riservando uno spazio speciale ai nuovi talenti. Il nostro obiettivo è “L’arte della moda”.
MLF: Per i festival, dipende dal focus. Solitamente in una manifestazione d’arte contemporanea si privilegiano i fashion designer fuori dagli schemi, quelli che riflettono sul senso del progetto e dell’abito e lavorano usando procedimenti concettuali che li accomunano agli artisti. Pensiamo alla Radical Fashion: da Hussein Chalayan a Comme, ma anche a Raf Simons. Per gli italiani prima si aveva Capucci, ora Antonio Marras. Si cerca una artisticità che andrebbe colta non solo nel risultato, ma anche nelle pratiche.
NF: Nei Festival dedicati esclusivamente alla moda, invece, si troverà moda di ricerca. Qui si esercita un’idea di avanguardia e delle realtà indipendenti da cui il mainstream successivamente attinge. Il Festival, allo stesso tempo, utilizza e sfrutta le potenzialità del mainstream personalizzandole e aprendole alle contaminazioni provenienti dagli ambiti confinanti della musica, del cinema e dell’architettura.
CW: Queste sono le realtà che ispirano noi fashion designer. Però, correggetemi se sbaglio, ma in Italia sembrano vivere un riconoscimento superiore alla moda. Il manifestarsi della “moda”, in Italia, sembra concentrarsi soprattutto ad un ambito commerciale. O perlomeno la ricerca, che è di altissimo livello, sembra non essere particolarmente pubblicizzata a livello internazionale. Almeno non al pari di realtà come Hyerès o Fringe…
MLF: È vero. L’Italia ha uno strano rapporto con la moda. Essa è parte integrante e necessaria delle discipline della contemporaneità. In Italia la moda è ancora guardata con un certo snobismo e viene usata, quando serve, per il suo potere economico e non per il suo essere un vero territorio ibrido di sperimentazione. La moda pratica il mix più disinibito fra diverse procedure inventive, afferma la convivenza e l’interessata complicità ed è anche per questo che esistono diversi generi di manifestazione per diversi generi di moda. Ora anche in Italia.
Attorno al tavolo:
Lapo Cianchi
Direttore Comunicazione e Progetti Speciali di Pitti Immagine
www.pittimmagine.com
Nicoletta Fiorucci
Presidente di Alta Roma
www.altaroma.it
Maria Luisa Frisa
Direttore del Corso di laurea in design della moda, Università IUAV di Venezia
http://www.iuav.it/Facolta/facolt–di1/lauree-tri/claDEM/index.htm
Christian Wijnants
Fashion designer con propria brand ‘Christian Wijnants’
www.christianwijnants.be
Piet Paris
artistic director per Arnhem Mode Biennale
www.arnhemmodebiennale2009.com