Nato nelle remote zone del sud asiatico, attraversa lo spazio-tempo diventando oggetto trasversale esibito nelle alcove, sulle spiagge, nei ricevimenti informali e perfino al cinema. Dalle passerelle il diktat per la primavera/estate 2009 è molto chiaro: anche per strada indosseremo il pigiama…
[a cura di Maria Giovanna Poli]
articolo tratto da .wit # 10. Red China’s Flag Issue
Forse mai nessun capo di vestiario, come il pigiama, ha avuto il potere e l’incertezza tipici dell’ubiquità, anche se a scarti temporali. Una carambola del “dentro e fuori” nello spazio-tempo, risalendo lungo la scala sociale del fashion, che lo rende intercambiabile accessorio per il letto o per la spiaggia, per la casa o per la strada.
In quest’ultima sede e versione lo ritroviamo ora, urlante a squarciagola che, abbandonato sul divano col telecomando vicino e munito di pantofole, non ci vuole stare. E a ragione, se si tratta di un fluido completo in morbida seta stampata, come quelli variamente proposti da Dolce & Gabbana, Etro, Louis Vuitton, Jean Paul Gaultier e Kristina T, sapientemente rielaborati dal punto di vista sartoriale tanto da divenire lussuose mise da giorno, o in cotone inglese a righe come da Marni, Sportmax e Alberto Biani. Non male, per essere stato identificato dal Financial Times abito della nuova recessione.
Sembra infatti che “l’urban pajama” sia candidato a diventare la nuova divisa trasversale, comoda ma glam e pronta in un attimo a uscire dalle mura domestiche, qualora le sempre più numerose persone che lavorano da casa, debbano all’improvviso incontrare un potenziale cliente. Certo che, oltre al lavoro, per adottare questa nuova moda, di flessibile ci vuole pure lo spirito di convinzione. Ne sa qualcosa, e sospettiamo la sua scelta non c’entri nulla con la recessione, Hugh Hefner, il mitico fondatore di Playboy, il quale asserisce di aver sempre indossato pigiami durante il frequente lavoro notturno. Non a caso ne possiede circa duecento, in seta, di venti colori diversi e tutti rigorosamente custom made.

La stessa immagine bohemien appartiene al pittore Julian Schnabel, vestito dalla moglie stilista con pigiami deluxe creati appositamente per lui. Si aggira guarnito con macchie di colore alla Pollock e babucce ai piedi nelle serate di gala e perfino su ebay, dove un pezzo messo all’asta è descritto così: “Il pigiama blu a righe gialle è lavato, spruzzato di pittura, rammendato e rattoppato con amore”.
D’altronde non stupisce af fatto che anche gli uomini si sentano chiamati ad abbracciare questa tendenza: il pigiama infatti è indumento che nasce dedicato proprio al loro guardaroba. Deriva dall’hindi pay jamè, “vestito da gamba”, appartenente al costume indù e persiano. L’idea piacque agli inglesi che, all’inizio del Novecento, la importarono in Europa come curiosa alternativa alle camicie da notte unanimemente diffuse nelle alcove e nei boudoir.L’avanguardista Coco Chanel cambia ovviamente l’ordine degli addendi, trasformandolo negli anni Venti nell’inusitato pantalone sportivo, largo e bianco, abbinato a lunghe bluse in jersey, indumento cult inseguito sulle spiagge di Biarritz e Baden Baden, sconfinante perfino al Lido di Venezia e nell’isola di Brioni.
Ed ecco la rivoluzione sconveniente, non si vedeva quasi mai una donna portare pantaloni in pubblico. Rivoluzione che diventa stupore compiaciuto con il cinema che spande sogni e suggerimenti di moda a piene mani. In fluttuanti pajama suit di lucido satin si aggirano nelle sere informali le Greta Garbo e Joan Crawford degli anni Trenta, grazie al fiuto del grande costumista Adrian. Fece sensazione in particolare quello a righe indossato dalla Garbo in The Single Standard. D’altra parte la banda delle pants girls come la Crawford, la Dietrich, la Hepburn, per fare alcuni nomi, da tempo predicava che i pantaloni conferivano “l’indispensabile accordo moderno con gli aerei, gli attici e il nuovo modo di vivere”. Come dar loro torto, dal momento che diedero loro ragione più tardi nientemeno che Yves Saint Laurent e Giorgio Armani.

Cambio delle carte in tavola, e siamo negli anni Sessanta. Irene Galitzine a Roma sdrammatizza l’élite con il pigiama-palazzo, oriental mood che funziona come razionalizzazione e consacrazione pubblica degli ingredienti annusati prima: pantaloni affusolati in seta o chif fon, stampati o uniti, abbinati a una lunga tunicacamicia.
I modelli più preziosi e ricamati diventarono il passepartout per affrontare i ristoranti più chic, che aborrivano il pantalone da donna per la sera, e per essere una disinvolta padrona di casa nei ricevimenti informali che punteggiavano la nuova dimensione privata del quotidiano. E se lo indossava Diana Vreeland, la sacerdotessa di Vogue America da poco celebrata con la mostra/evento Vreelandesque, c’era da fidarsi.
Il mito continua ancora oggi, con Sharon Stone che presenzia alle première dei film e ai party in pigiama palazzo Dior in seta dipinta a mano, e con personaggi come la fotografa di moda Manuela Pavesi e la sua collezione couture dated back to the Sixties e comprensiva di numerosi pigiami da lei regolarmente indossati nei viaggi di lavoro. Cachemire per l’inverno e seta per l’estate, ça va sans dire.
www.dolcegabbana.it
www.etro.it
www.louisvuitton.com
www.jeanpaulgaultier.com
www.kristinati.com
www.marni.com
www.sportmax.it
www.albertobiani.it
www.ysl.com
www.giorgioarmani.com
Maria Giovanna , come sempre sorprendente fonte di inesauribili notizie ed approfondimenti, grazie, per l’ennesima volta
Un magnifico articolo!
Bella descrizione dei nuovi collezioni primavera-estate 2009!
Te faccio i miei complimenti Giò!!
I miei saluti,
Inês Prata Garavani